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Un drammatico piano inclinato

Un drammatico piano inclinato

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Manca poco ormai al prossimo pronunciamento della Corte Costituzionale in tema di fine vita e suicidio assistito. L’ordinanza 207/2018 pone in capo al legislatore l’obbligo di emanare una norma in quanto – a detta della Consulta – il codice penale necessita di una modifica. Partendo dal pronunciamento del Comitato Nazionale per la Bioetica del 18.7.2019 recante “Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito”, che scaturisce proprio dall’input della Corte, esprimiamo di seguito alcune considerazioni.

a) Nel prendere atto che vi sono diverse posizioni in tema di fine vita, nel parere del Comitato emerge una preoccupante affermazione che assegna al legislatore il compito di “mediare e bilanciare i diversi valori in gioco, al fine di potere rappresentare le diverse istanze provenienti dalla società” (p. 7 e 8). Ci chiediamo cosa questo possa significare: il Parlamento dovrebbe quindi mediare e dare spazio a qualsiasi istanza in qualche modo rappresentata? Lo Stato allora diventerebbe garante delle rivendicazioni di chiunque? Questo, oltre che essere di fatto impossibile, riduce il legislatore ad un raccoglitore e regolamentatore di svariate posizioni etiche, anche inconciliabili tra loro. E’ come dire “permettiamo tutto, purché sia regolamentato”. Allora benvengano le cd. liberalizzazioni di qualsiasi tipo di droga, ampliamo le possibilità di aborto fino al nono mese (negli USA, in qualche posto è già possibile), ripristiniamo le ‘case chiuse’ ed il delitto d’onore, il gioco d’azzardo aperto anche ai minorenni e chi più ne ha più ne metta, dato che non c’è limite alle richieste e pretese individuali, in nome dell’autodeterminazione. Anche il suicidio assistito per i minorenni e per gli alcolisti (in Olanda si può da diversi anni). Non si tratta di considerazioni da ‘stato etico’: uno Stato di diritto non può farsi garante di qualsiasi istanza, soprattutto quando ci sono in gioco la vita e le fragilità umane. Uno Stato che non prende posizione è uno Stato che abdica al suo compito primario che è la difesa e la promozione del bene comune.

b) Il documento, senza esprimere un minimo giudizio negativo, paventa la possibilità di riconoscere, tra le varie, anche l’eutanasia per situazioni di depressione, disagio esistenziale, solitudine, problemi economici, non piena capacità di intendere e volere (p. 9 – 10). Come a dire che qualsiasi difficoltà giustifica la richiesta di farla finita con l’appoggio dello Stato: togliamo di mezzo così, con l’ipocrisìa del riconoscimento all’autodeterminazione, coloro che spesso sono considerati gli scarti della società, così andremo a risparmiare su servizi sanitari e sociali. Ci chiediamo poi quale tipo di autodeterminazione possano seriamente esprimere persone interdette o inabilitate (o semplicemente affidate ad un amministratore di sostegno).

c) Sempre in tema di contenimento dei costi, preoccupa la possibilità di far praticare il suicidio assistito da personale non medico: lo facciamo fare da un operatore socio-sanitario, da un infermiere, o direttamente da un familiare, un’associazione, o vicino di casa? Così costa meno e la coscienza farisaica di chi non si sporca le mani, resta integra: complimenti! Nell’ottica del pluralismo etico, in un prossimo futuro, potremo avere nella stessa strada la sede del Centro di Aiuto alla Vita e, di fronte, l’associazione “Aiutami a morire”, magari entrambe che fruiscono di contributi pubblici, per garantire la par condicio…

d) Preoccupa fortemente la spinta che alcuni invocano a ritenere il medico come semplice esecutore delle volontà del singolo (p. 14): buttiamo così nella pattumiera oltre due millenni di etica medica, facendo passi indietro da gigante rispetto a quanto faticosamente costruito a partire dal famoso (quanto spesso dimenticato) giuramento di Ippocrate (460 – 375 a.C.). A dispetto di quanto ancora si sente dire, la difesa della vita non è una esigenza dei soli cristiani, appartiene a tutte le culture che hanno a cuore il bene dell’uomo e della civiltà, è una questione antropologica, prima che religiosa.

e) C’è ancora chi mette in discussione il diritto all’obiezione di coscienza (p. 32): qualora venisse meno, sarebbe un ulteriore passo indietro rispetto alla cultura del diritto e del riconoscimento della dignità di ogni persona nel poter dire no alla cultura della morte. Anche su queste frontiere, S. Giovanni Paolo II aveva previsto ed esplicitato con largo anticipo le minacce alla vita oggi sotto gli occhi di tutti (cfr. Evangelium vitae, 1995).

f) C’è infine una spiccata tendenza alla burocratizzazione dell’eutanasia quando si crede che la soluzione sia trovare tempi, modi e conferme adeguatamente ponderate e definite alle quali il soggetto si dovrebbe adeguare per esprimere il consenso (p. 23): ecco dove con la forma ci si illude di salvare la sostanza. E’ come dire che l’aborto fatto entro i 90 giorni è buono e quello fatto al 91mo è un’altra cosa: ma non c’è sempre di mezzo la vita di una persona?

Detto questo, è ragionevole prevedere una pericolosa china discendente, un triste piano inclinato, in virtù del quale, le istanze per la vita saranno messe sempre più alle strette e le spinte verso la morte saranno rese più facilmente accessibili grazie alle leggi, alla cultura dello scarto ed alla necessità di far quadrare i conti pubblici. Da che parte stiamo?

Cinzia e G. Marco Campeotto
coord. Anfn prov. Udine