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L’antilingua, la buona politica e la cultura della vita

L’antilingua, la buona politica e la cultura della vita

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Il percorso ha ormai una strada ben tracciata, con segnali chiari e proprio difficili da non vedere. Si tratta della deriva che l’Occidente ha intrapreso negli ultimi decenni per decostruire e mistificare i significati di concetti cardini per la stabilità della società come famiglia, vita e persona. Per aumentare il livello di confusione a livello sociale, che poi diventa anche politico, uno dei sistemi più efficaci è quello di modificare il significato di parole finora ritenute chiare, inserendo nuove definizioni, ampliando quelle esistenti, intorpidendo ciò che si riteneva limpido. È proprio quello che è successo anche per termini quali, sessualità, dignità, matrimonio. Nell’arco di mezzo secolo, questi concetti sono stati in qualche modo truccati in ossequio ad un presunto liberismo politically correct, per dare la possibilità di poter veder riconosciuto il proprio punto di vista anche a chi diffonde falsità e ideologia. Facciamo solo alcuni esempi.

La sessualità, da insieme dei caratteri e delle azioni che riguardano il sesso e con una valenza ordinatrice della società, è intesa come esercizio ginnico di godimento senza alcun vincolo ed impegno o è diventata una definizione arbitraria al punto che alcuni enti (tra i quali anche la Regione Friuli Venezia Giulia, con delibera dello scorso mese di agosto) hanno riconosciuto l’esistenza del genere “alias”, che non né maschio né femmina.
La dignità, da condizione dalla quale deriva il rispetto dell’uomo in quanto tale (piano ontologico) all’equivalenza con il concetto di autodeterminazione (vedasi il recente dibattito sulle disposizioni anticipate di trattamento).
Il matrimonio, da unione stabile tra un uomo e una donna con i relativi figli, a unione di un individuo con chiunque, mascherata col termine di “unione civile”. Famiglia, da istituzione che origina dal matrimonio a insieme statistico-demografico, anche se formato da una persona sola. La vita, che da dono da accogliere e proteggere è diventata oggetto da comperare, produrre in laboratorio o sopprimere per via chirurgica o chimica qualora non desiderata. La persona, una volta annacquata la sua dignità può essere ora collocata su diversi livelli di importanza e tutela a seconda del pensiero di chi ne dovrebbe curare gli interessi; o ancora, subordinata all’esperto di turno che può decidere se riconoscergli l’attributo di persona umana (è quanto sostengono alcuni autori della cd. bioetica utilitarista). Non solo, alcuni hanno anche inventato il concetto per nulla scientifico di “pre-embrione” per tentare di dire che una creatura in utero di pochi giorni vale meno di una che, sempre nel ventre della madre, ha già qualche mese … Il padre e la madre, per alcune istituzioni sono diventati genitore 1 e genitore 2 (… o viceversa, naturalmente).

È quello che diversi osservatori hanno definito come l’avvento dell’antilingua – ne parlava già Italo Calvino -, una lingua con la quale ora facciamo fatica a comprenderci a causa della manipolazione dei significati. Con queste premesse vediamo aumentare il numero di coloro che diventano le vittime di ciò che papa Francesco chiama la “cultura dello scarto”, della quale aborto, abbandono degli anziani ed eutanasia sono solo alcune delle manifestazioni più evidenti. È una cultura che ben si accompagna alla “cultura della morte” lucidamente denunciata da S. Giovanni Paolo II nel 1995 nell’enciclica Evangelium vitae. Tra le conseguenze di questa cultura troviamo ad esempio il vertiginoso calo della natalità in Italia ed in molti Paesi dell’Unione Europea.
Vi appartiene anche la crescita esponenziale dell’uso delle pillole in grado di causare l’aborto chimico. Infatti l’aumento delle vendite tra il 2015 ed il 2016 – un solo anno – è stato del 30,6 % per la pillola dei 5 giorni dopo e del 32,5 % per la pillola del giorno dopo: un triste mercato che non pare conoscere crisi. Oltre all’aumento di coloro che prenotano i viaggi in Svizzera per il suicidio assistito, risultano in crescita anche le vendite on-line di farmaci per l’eutanasia (anche con pagamento in Bitcoin, la moneta virtuale). Alla cultura della morte si affida anche lo Stato che continua, nonostante la crisi, a far lievitare le spese in armamenti: + 8,6 % rispetto al 2015. Le normative che hanno reso più semplice la fine del contratto coniugale civile è un altro dei segni tangibili della crisi del matrimonio, istituto che probabilmente più di qualcuno vorrebbe seppellire: parla da sé l’aumento del 57 % dei divorzi tra il 2014 ed il 2015 (anno di entrata in vigore del cd. “divorzio breve”).
Il liberismo radicale dei cd. “diritti civili” ha distratto l’attenzione da ciò che di per sé merita impegno e cura da parte delle istituzioni, della scienza e della riflessione socio-culturale: la tenuta dei legami, la natalità, la difesa della vita.
La società sta bene se sta bene la famiglia, la famiglia sta bene se sta bene la coppia e se i più deboli vengono veramente difesi: qui parliamo allora di cultura della vita. Ora, oltre la Chiesa e qualche Associazione – tra le quali l’Associazione Nazionale Famiglie Numerose -, chi se ne vuole prendere cura per davvero? È indubbio che i temi del lavoro, dell’ambiente e dell’immigrazione siano centrali e per nulla semplici da affrontare; ma oggi c’è in gioco il fondamento del bene comune, ciò che permette alla società di crescere e di essere coesa. Siamo in piena campagna elettorale: tutti auspichiamo che la buona politica saprà farsi carico di queste istanze fondamentali in modo adeguato, con proposte concrete e percorribili. Per una cultura della vita, non della morte.

Cinzia e G. Marco Campeotto
coord. Anfn provincia di Udine

Rivignano, 8 febbraio 2018