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Marco Mirra: «Ecco come AI e social stanno modificando anche le dinamiche interne alle famiglie»

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Gli alberghi di Misano Adriatico che accolgono le grandi famiglie provenienti da ogni angolo d’Italia questa mattina si svuotano: oggi è il giorno delle gite. I più hanno scelto di recarsi in autobus a 60 km da qui, a Mirabilandia. Altri visiteranno il Borgo di Gradara, altri avevano in programma di salire sulla motonave Queen Elisabeth, purtroppo a causa delle cattive condizioni del tempo la gita è stata annullata. Altri ancora hanno scelto di rilassarsi a bordo piscina o sotto l’ombrellone.
Nel cuore delle famiglie in vacanze restano le immagini della celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Rimini Nicolò Anselmi. Lo spettacolo serale presentato da Mauro e Cristina Bazzani, protagoniste la band musicale targata Anfn “Ritmi di vita”.
Ieri focus su come Ai e social stanno modificando anche le dinamiche interne alle famiglie.
«L’intelligenza artificiale – ha commentato Marco Mirra, al creative tecnologist Ai e analista indipendente della transizione digitale – l’intelligenza artificiale non è semplicemente l’ennesima trovata tecnologica. Non è solo uno strumento nuovo, più veloce o più efficiente. È una novità di livello antropologico, perché non si limita ad aggiungere qualcosa alla nostra vita: si innesta dentro la nostra vita. Entra nel modo in cui pensiamo, scegliamo, comunichiamo, studiamo, lavoriamo, desideriamo. E se questo è già delicato per il singolo individuo, immaginiamoci cosa può significare dentro una piccola comunità viva come la famiglia. Nella mia esperienza, oggi vedo emergere un enorme dilemma educativo ed etico».
Prima dell’AI – ha osservato l’esperto «quando un genitore arretrava dal proprio compito educativo, poteva ancora illudersi di delegare ad altri: alla scuola, al catechismo, ai nonni, agli educatori, alla comunità. E già lì c’era un equivoco: perché educare un figlio non è un servizio da esternalizzare. Ci si può far aiutare, certo. Anzi, è necessario. Ma farsi aiutare non significa farsi sostituire. Il genitore resta il primo educatore, perché è il primo chiamato a testimoniare, ogni giorno, che senso abbia la vita».
Oggi, però, «la questione diventa molto più oscura. Perché l’AI non è semplicemente un’app, un social o un algoritmo che mostra contenuti. È qualcosa che dialoga, risponde, suggerisce, interpreta, anticipa. In un certo senso, si presenta come un interlocutore. E questo cambia tutto. Il rischio non è soltanto che un figlio passi troppo tempo davanti a uno schermo. Il rischio più profondo è che inizi a cercare risposte, conforto, conferme, identità e orientamento non più dentro una relazione umana, ma dentro una relazione artificiale. Una relazione che può sembrare accogliente, intelligente, sempre disponibile, mai giudicante. Ma che non ama. Non soffre con te. Non si assume una responsabilità morale. Non conosce davvero la tua storia».
La maggior parte delle persone forse non se ne accorge ancora «perché questa avanzata è silenziosa – ha osservato Marco Mirra. Si insinua come comodità, come aiuto, come semplificazione. “Faccio prima”. “Me lo faccio spiegare dall’AI”. “Mi faccio consigliare”. “Mi faccio scrivere”. “Mi faccio dire cosa rispondere”. Ma lentamente stiamo autorizzando questi strumenti a modificare non solo le nostre attività, ma anche parti del nostro ragionamento, della nostra sensibilità, persino della nostra coscienza».
La domanda, allora, non è soltanto: “Mio figlio usa l’AI?”. La domanda vera è: “Chi sta formando il pensiero di mio figlio? Chi sta educando il suo desiderio? Chi gli sta insegnando a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, la comodità dalla maturità?”. «Per questo credo che la famiglia oggi sia chiamata a un compito enorme: non demonizzare la tecnologia, ma tornare a essere il primo luogo di discernimento. Il luogo dove si parla, si discute, si sbaglia, ci si corregge, si pongono limiti, si costruisce senso. E questo non senza contraddizioni, sia chiaro. Prendete uno come me: ateo per anni, in continua ricerca di un senso alla propria vita, senza riuscire davvero a trovarlo. Che cosa avrei potuto trasmettere ai miei figli? “Figlio mio, io per primo non ci ho capito nulla: cercati la verità a modo tuo”? Oppure, peggio ancora, che cosa sarebbe accaduto se avessi trasmesso loro soltanto moralismi inutili, gonfiati da una pseudo-fede teorica, fatta di parole ma non di esperienza? Per me, il passaggio decisivo è stato un altro: prendere confidenza con il limite umano. Scoprire quanto è profondo quel limite, ma anche quanto è potente sentirsi amati da Dio. Prima come uomo, poi come marito, poi come padre. Questo, per noi, è stato un crocevia indispensabile. Perché l’intelligenza artificiale può aiutare un ragazzo a trovare una risposta, ma non sarà mai capace di amare nel senso vero del termine. Amare significa essere disposti a lasciarsi consumare per l’altro. Significa esserci, perdere tempo, portare pesi, attraversare fatiche, restare. E per me questo è diventato possibile solo attraverso un’esperienza di fede vissuta sulla mia pelle. Non una teoria da spiegare ai figli, ma una vita che, con tutti i suoi limiti, prova a testimoniare che siamo amati, custoditi e chiamati a qualcosa di più grande».