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Il figlio: da dono per la coppia a diritto individuale

Il figlio: da dono per la coppia a diritto individuale

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“E no, e no! Non è questione di cellule” cantava Lucio Battisti nel lontano 1977. Molto probabilmente non aveva in cuore le tematiche della procreazione medicalmente assistita (PMA), non ci dispiace però pensare che ci fosse un richiamo ai temi della responsabilità e del pericolo che si corre quando ci affidiamo troppo alle scorciatoie del determinismo o dello scientismo tecnologico, tanto di moda oggi.

Nel corso dei suoi dieci anni di vita, la legge 40 è stata posta più volte sotto attacco a colpi di sentenze che l’hanno in buona parte smontata. L’ultimo fendente è quello del mese scorso che, grazie ad un pronunciamento della Corte Costituzionale, ha reso possibile anche in Italia la fecondazione eterologa, il ricorso cioè a soggetti esterni alla coppia al fine di ottenere gameti per finalità riproduttive. Si tratta di comprendere quali possano essere le conseguenze di una decisione che di fatto modifica profondamente l’assetto naturale ed il significato profondo del concetto di famiglia. Un figlio potrà ora avere due tipologie di padre o di madre: quello biologico, che ha fornito il seme o l’ovulo (ed il relativo corredo genetico) e quello sociale, che gli ha dato il nome e l’avrà educato. Avremo figli che chiederanno a chi assomigliano senza che possano avere risposta; avremo adulti con figli sparsi qua e là e senza responsabilità alcuna su di loro; simpatici cataloghi cartacei o via web per scegliere le caratteristiche per il figlio da programmare; volontari che come nuova fonte di entrata economica, mascherata da rimborsi o indennizzi, venderanno i propri gameti a società specializzate; ci saranno tra una ventina di anni, due giovani innamorati che, fatta una veloce analisi di laboratorio, si scopriranno fratelli perché figli dello stesso padre (non stiamo parlando del Padre celeste). Sarà anche possibile che una madre, spinta da eccessivi sentimenti generativi, doni il proprio ovulo alla figlia che non riesce a concepire, diventando così la madre del proprio nipote. Non sono barzellette, sono cose che succedono già; sono scenari attuali prefigurati da film sullo stile di Gattaca (USA, 1997) o Codice 46 (UK, 2003). Vengono quindi contrattualizzate la generazione e la genitorialità, viene anteposto il desiderio soggettivo ai valori di base che regolano la vita sociale. Ci chiediamo però, fortemente preoccupati, quali saranno le forme di tutela del nascituro e come sarà regolamentato l’anonimato del donatore. Il figlio potrà avere accesso agli archivi delle banche del seme per capire qualcosa sulle proprie origini somatiche? Non per nulla il giurista Andrea Nicolussi del Comitato Nazionale di Bioetica ritiene che sia a rischio proprio la dignità della persona sancita dalla Costituzione. Dall’altra parte, i donatori rivendicheranno il loro diritto all’anonimato permanente, che tuttavia in altri Stati è messo in forte discussione. Dalla legalizzazione della PMA eterologa all’utero in affitto, all’adozione da parte di singles o da parte di coppie dello stesso sesso, il passo non è poi così lungo: se il principio è la volontà dell’individuo, quali limiti sono rimasti? Un’azione tecnicamente possibile può essere sempre eticamente accettabile? La natura e la scienza stanno invece a ricordarci che il figlio non può essere paragonato ad un bene da acquistare, bensì è un evento che ci viene affidato come dono e che accade come un ‘miracolo della vita’, se ne rende conto anche il non credente (ci permettiamo di pensare che possa essere così). Il paragone con l’adozione o l’affido è fuori luogo per un semplice motivo: un conto è dare un padre ed una madre a chi c’è già e li ha persi, altro è che il figlio venga fin dall’inizio concepito in qualche modo ‘orfano’: è un’ingiustizia palese.

L’impossibilità ad avere figli è senz’altro fonte di sofferenza notevole per le coppie (certo, anche per il singolo in quanto tale) e non si deve correre il rischio di dare per scontate le motivazioni o, peggio, di giudicare le persone; non è da qui che si deve partire per affrontare le problematiche dell’esistenza. Ma se dal punto di vista umano (si può anche dire naturale) non è razionale pensare che il figlio possa essere qualcosa che si deve ottenere con certezza, da un punto di vista giuridico non ci può essere un diritto al figlio: se così fosse, in capo a chi spetterebbe il dovere corrispondente? Stiamo forse illudendo persone in difficoltà rinunciando a doverosi percorsi di cura (spesso la sterilità è solo presunta o poco indagata), lasciando campo aperto ad un‘industria che crea enormi profitti, minimizzando l’elevato tasso di rischi connessi alla PMA: malformazioni genetiche, morte perinatale, nascite pretermine e relative conseguenze (così si è espresso l’autorevole – e certamente laico – British Medical Journal lo scorso 28 gennaio). Va ricordato in ogni caso che la legge 40 non è stata scritta dal clero, né tantomeno si può considerare una legge cattolica.

Vale però lo sforzo da parte di tutti di impegnarsi seriamente rispetto a ciò di cui c’è veramente bisogno: aiutare le coppie ad affrontare con onestà le difficoltà alla genitorialità, dar loro una corretta informazione, assisterle nei percorsi di cura (la PMA, propriamente, non lo è) o verso altri orizzonti di impegno nei confronti di bambini che chiedono amore vero. L’azione pastorale della Chiesa e delle comunità cristiane necessita di una specifica attenzione a questi temi attraverso iniziative di sostegno ed accompagnamento rispetto ad un percorso di vita che – al pari di quanto avviene per tutte le coppie – chiede scoperta, pazienza, preghiera e maturità anche di fronte ad eventi imprevisti e difficili da accettare.

Cinzia e G. Marco Campeotto
coordinatori ANFN provincia di Udine

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