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Fertilità? No fecondità per la rinascita dell’Italia

Fertilità? No fecondità per la rinascita dell’Italia

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D’accordo, la campagna del Fertility Day è stata concepita male: immagini e slogan tendono a colpevolizzare in particolare le donne. C’è anche un aspetto terminologico di non poco conto: non è bello parlare di “fertilità”, quello riguarda la terra e casomai il mondo animale, noi siamo esseri umani dotati di cuore e ragione, ma soprattutto la nascita di un bambino avviene – e speriamo continui ad avvenire – all’interno di una relazione d’amore tra un uomo e una donna. Meglio allora parlare di “fecondità”: il figlio non come bene da acquisire per colmare un vuoto, o peggio come un diritto, ma come dono immeritato e stupefacente, frutto di una relazione appunto “feconda”.  E’ chiaro quindi che voler ridurre tutto questo ad uno slogan o ad uno spot risulta a dir poco assai arduo, facile cadere nel banale.

Epperò le motivazioni che stanno dietro a questa campagna sono tutte sacrosante e stupiscono diverse reazioni scomposte, che fanno intravedere una carenza culturale piuttosto preoccupante.

Una delle certezze che non si possono mettere in discussione è il fatto che i figli non sono un “bene privato”, ma sono un “bene pubblico”: la stessa Costituzione lo sancisce chiaramente, nel momento in cui afferma che la Repubblica “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”, o quando dice che “la legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale”. Non dovremmo mai dimenticare che noi genitori non siamo i titolari di un “possesso” sui figli, siamo coloro a cui lo Stato demanda la cura, la crescita umana, intellettiva e culturale dei futuri cittadini. Pertanto, richiamare le campagne nataliste del Ventennio fascista non ha alcun senso e rischia di svelare un preconcetto ideologico: il Duce allora aveva bisogno di soldati da mandare al fronte, noi oggi abbiamo bisogno di persone che diano un futuro all’Italia, abbiamo bisogno anzitutto di esseri umani, ma anche di futuri operai, impiegati, dirigenti, creativi, inventori, sportivi. Banalmente, abbiamo bisogno di una giovane generazione che possa sostenere il nostro avanzatissimo sistema di Welfare, ma anche di giovani famiglie che facciano ripartire l’economia.

Purtroppo, dal ’68 in poi, si è affacciata in Italia (diversamente da altri Paesi europei come la vicina Francia) una mentalità distorta che ha portato alla graduale affermazione dei diritti individuali, e del principio – del tutto assurdo – dell’autodeterminazione dell’individuo. In questo contesto, è diventato prioritario garantire i diritti del singolo, rispetto alla importanza di fare famiglia. I figli, così, non vengono più considerati un bene pubblico da tutelare, ma una scelta privata.

Questo passaggio (figli da bene pubblico a scelta individuale) ha comportato una serie di conseguenze che oggi viviamo in prima persona. Dagli anni ‘80 in avanti, scompaiono di fatto le politiche a favore della famiglia. Oggi l’Italia è uno dei paesi che meno destina fondi per la famiglia (1,3% del PIL, contro il 2,1% della media UE-27).

Le politiche sindacali riguardano il lavoratore come singolo, ma non considerano i carichi famigliari. La lotta alla povertà è rivolta principalmente alle categorie degli anziani e dei singoli, mentre le famiglie con figli diventano ogni anno sempre più povere (i dati ISTAT al riguardo sono impressionanti). Soprattutto – e qui ci colleghiamo direttamente al Fertility Day — le donne fanno meno figli di quanto desidererebbero, questo ci dicono le ricerche più serie e qui i paladini del “pianeta donna” dovrebbero interrogarsi: infatti, se la legge 194 è stata pensata per permettere a ogni donna di avere i figli che desidera, allora qualcosa non va nella sua applicazione.

Il calo delle nascite, unitamente al calo della popolazione e al progressivo invecchiamento, diventa un mix micidiale per il futuro del nostro Welfare. Tutti gli studi ci mostrano impietosamente che quando i figli del baby-boom (nati alla fine degli anni ‘50 – anni ‘60 – inizio anni ‘70) andranno in pensione, si dimezzeranno i lavoratori attivi, a fronte di un raddoppio dei pensionati. In poche parole, i sistemi pensionistici ma soprattutto sanitari diventeranno insostenibili, a meno che non vengano fortemente ridotte le prestazioni. E’ come una bomba a orologeria, e il tempo è ormai breve, anche se la Fornero ha cercato di spostare le lancette del timer (e giù tutti a protestare).

Analizzando i dati demografici dell’Italia, il Prof. Luigi Campiglio dell’Università Cattolica, ha rilevato un ulteriore dato che ci fa capire i profondi problemi economici che sta passando il nostro Paese. Il motore principale di ogni nazione è rappresentato dalla cosiddetta “generazione Core”, cioè la popolazione tra 20 e 39 anni. Questa è la fascia di età più produttiva (in cui si hanno le maggiori innovazioni e invenzioni, e in cui nascono i nuovi imprenditori), più riproduttiva (in questa fascia nascono la maggior parte dei figli) e dove vengono effettuati i maggiori investimenti (famiglia, auto e casa). In parole povere, è la fascia di età che più di tutte contribuisce al PIL. Tuttavia, le politiche precedentemente descritte hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni questa fascia abbia avuto una riduzione addirittura di più di 4 mln., incidendo quindi pesantemente sul PIL (che infatti è iniziato a scendere proprio in questo periodo).

Il numero sempre più basso dei nuovi nati comporterà per i prossimi anni un ulteriore decremento della generazione Core. E l’Italia sarà sempre meno competitiva, come dimostra il rapporto OCSE sulla proiezione tra 15 anni della percentuale dei giovani laureati rispetto ai Paesi dell’OCSE e del G20 saremo miseramente all’ultimo posto.

La cosa che tuttavia deve fare più riflettere è che questa fascia 20-39 anni, assieme a quella dei minori, è quella che più di tutte paga la crisi in termine di povertà, perché lo Stato li ha di fatto ignorati o comunque poco considerati nella fase di redistribuzione delle risorse.

Proviamo allora a calcolare il beneficio che il nostro Paese avrebbe se l’indice di natalità passasse dagli attuali 1,35 figli per donna a 2,1 (indice per mantenere in equilibrio la bilancia demografica). Questo presuppone che i nuovi nati, anziché 488.000 come nel 2015, dovrebbero essere almeno 760.000, con un incremento quindi di 272.000 nuovi nati aggiuntivi che, moltiplicato per l’effetto pro-capite sul PIL sopra evidenziato, porta ogni anno ad un beneficio di almeno 9,5mld. di euro, pari allo 0,6% del PIL, con un effetto cumulato nell’arco di cinque anni pari al 3% del PIL.

Se poi alziamo l’obiettivo ad un milione di nuovi nati (come era la situazione in Italia fino al 1970), gli effetti sul PIL sono pari al 1,1% annuo (5,5% cumulato).

Limitandoci al primo obiettivo, gli effetti non sono solo in termine di PIL, ma anche sull’occupazione. Maggiori nascite portano con sé inevitabilmente la creazione di nuovi posti di lavoro: aumenta infatti la domanda interna di beni e servizi (a partire dai servizi sanitari legati a gravidanza e parto e a quelli educativi).

Insomma, se non si interviene con politiche di lavoro e di redistribuzione del reddito a favore dei giovani, finalizzati anche alla creazione di nuove famiglie, e di incentivi alla natalità, si sancisce il definitivo declino economico del nostro Paese.

Viceversa, maggiori risorse destinate a questa generazione, hanno un impatto fortemente positivo sul PIL. Garantire ai giovani una sicurezza economica consente loro di effettuare quegli investimenti fondamentali per la crescita e soprattutto sostenibilità del sistema-Paese.

Sono anni che fior di economisti – in primis Gotti Tedeschi – si affannano a spiegare queste cose, mentre i politici fanno finta di non vedere e di non sapere. Ora, col Ministro Enrico Costa – con delega alla Famiglia – si è avviato un dialogo molto positivo, speriamo che questo si traduca presto in provvedimenti seri e strutturali, che il Governo nel suo insieme comprenda che si esce dalla crisi – e si evita la distruzione dello Stato sociale già in atto – solo puntando su famiglia, natalità e giovani. In modo che non ci sia più bisogno di campagne e spot.

Carlo Dionedi
vice presidente