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Diario di maestra numerosa: estate spartiacque

Diario di maestra numerosa: estate spartiacque

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Ricordo che, ormai quasi sei anni fa, quando eravamo in prima elementare, un alunno mi parlava sempre del suo amico immaginario. Non so bene nemmeno perché mi sia tornato in mente proprio ora, credo che sia legato al momento che sto vivendo: questa per me, come tutte le estati tra la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo, è un bimestre spartiacque e, come sempre, coincide con momenti di intense riflessioni e nuovi progetti, in bilico tra un prima e un dopo, un passato indimenticabile e un futuro che, senz’altro, mi riserverà nuove e inattese emozioni ma di cui, al momento, non sento il bisogno.
Succede davvero ogni volta alla fine di un ciclo quinquennale eppure non ci ho ancora fatto l’abitudine, anzi, questa volta, un amico immaginario mi sembra di averlo anch’io, malgrado la mia non più giovanissima età e la mia professione che dovrebbe essere sinonimo di concretezza.
Il mio amico immaginario non è un amico da imboccare a tavola seduto vicino a me sennò non mangio (magari bastasse così poco per mettermi a dieta) e neanche una specie di fantasmino chiuso nell’armadio o nascosto sotto il mio letto e pronto a farmi compagnia quando ho paura di notte (anche perché col fatto che tanto non dormo e tengo la luce accesa per leggere, è impossibile avere paura). Che poi, se voglio anche essere lievemente pignola, definirlo il mio amico immaginario è grammaticalmente scorretto, in quanto mi riferisco ad un sostantivo astratto, sì di numero singolare, ma di genere femminile.
È la calma la mia amica, quasi una pace, che mi accompagna e mi entra dentro quando mi siedo al mio scrittoio di legno bianco e lascio fuori tutto il resto del mondo che diventa lontanissimo e assolutamente inutile perlomeno in quei rari e sacri momenti che riesco a ritagliarmi. È qui, seduta al mio intoccabile tavolo da lavoro (guai a chi si avvicina e allunga le mani anche solo per spostare un foglio o accalappiarsi la colla) che a fine giugno ho fatto il punto della situazione e ho deciso che no e poi no, non poteva finire così. Dopo essere sopravvissuti ad un lockdown che all’inizio sembrava una vacanza di quindici giorni, alla pandemia che nemmeno sapevamo fosse una parola piana accentata sulla penultima sillaba, all’isolamento interminabile che chissà quanti amici immaginari ha prodotto in grandi e bambini, alla didattica a distanza che ci ha, più o meno, permesso di raggiungere gli obiettivi previsti a inizio anno ma non è certo stata scuola vera, ecco, dopo tutto ciò, mi sono chiesta: e adesso? Da qui a settembre cosa succede?
La “scuola” è finita e arrivederci a tutti? No, grazie. Cioè, no per quel che mi riguardava, ovviamente. Non poteva finire così, una seppur minima iniziativa andava presa: i miei bambini non si meritavano di concludere gli anni più spensierati della loro vita senza rivivere, almeno una volta e per quel che era possibile, il clima di gioia contagiosa, di benessere inclusivo e di condivisione autentica che ci aveva accompagnato per cinque lunghi anni. È innegabile che avevamo fatto gioco di squadra fino a quel momento, dad compresa. Dovevo solo capire come procedere e, per tentativi e dopo una prova ristretta a pochi bambini, un modo ho provato a proporlo non prima di essermi assicurata di conciliare sicurezza, calura estenuante e programmi didattici (conclusi sì in videolezione ma non sempre interiorizzati in ogni parte).
Ed ecco com’è nato il nostro mese di luglio in piscina, una delle poche aperte in città e, oltretutto, comoda quasi per tutti. Tra un tuffo e l’altro, una partita a scala quaranta e una a burraco, ci siamo dedicati alle prove di ingresso per la prima media, alternando esercizi di italiano e di matematica su modello delle prove Invalsi: poco da scrivere, ma tanto da ragionare. Esperimento riuscitissimo: bambini felicissimi di rivedersi e di ricominciare, almeno per una minima parte, da dove eravamo stati interrotti, desiderosi di lavorare tutti insieme, chi coricato sul lettino in pieno sole, chi all’ombra col the freddo in mano, chi più in disparte sotto l’ombrellone, chi in gruppetto per utilizzare un solo astuccio e scambiarsi le penne come in classe. Tutti sul pezzo, incredibile ma vero, la DAD aveva funzionato. Non hanno dimenticato nulla, hanno capito i concetti spiegati a distanza, comprendono che ragionamento logico devono fare per arrivare a mettere la crocetta sulla risposta giusta. E, alla fine del pomeriggio di ognuna di queste giornate, gelato tutti insieme ai tavolini del bar in attesa dei genitori. Momenti incancellabili e indelebili nel cuore di tutti e, prima di tutto, nel mio.
I mie (non ex ma per sempre) scolari sono diventati ragazzini grandi che ragionano seguendo logiche invidiabili, sono buffissimi nel loro ruolo di piccoli adulti, mi si rivolgono come si fa con una maestra ma mi cercano come farebbero con una amica.
E questa è una delle tante lezioni che mi hanno impartito: l’amicizia non ha età e la confidenza neppure, sempre nel rispetto dei ruoli, chiaramente. Ed è bello proprio perché è così. Abbiamo avuto la fortuna di scoprire questo segreto e ce lo terremo ben stretto. Intanto so con certezza che i miei bambini si avvieranno in prima media con un’idea di percorso concluso concretamente e non in sospeso o, peggio, immaginario.
Partiranno sicuri e spensierati e questa è la mia più grande, tangibile e reale gratificazione.

di Barbara Mondelli