«Genitori si nasce o si diventa?»: è la domanda iniziale da cui ha preso spunto il talk mattutino con cui si sono aperti, questa mattina, i lavori di «La forza del +», tema scelto per l’assemblea nazionale di Misano adriatico.
«Si nasce per istinto, ma si diventa genitori per esperienza – la risposta di Marco Mirra. Non esiste un metodo applicabile a tutti o, per restare nel mio ambito, un algoritmo certificato. Perché chi hai davanti non è un problema da risolvere, ma una persona: tuo figlio. E una persona cambia, cresce, attraversa fasi diverse, a volte ti sorprende, a volte ti spiazza».
Marco Mirra – AI Creative Technologist lavora presso l’ Istituto Superiore di Sanità ed è ricercatore indipendente su tecnologie digitali e l’uomo. Attraverso il suo blog esplora l’impatto delle tecnologie emergenti sulla società, con particolare attenzione ai pattern tecnologici, culturali ed etici che ne orientano l’evoluzione. In forza all’Istituto Superiore di Sanità, ha sviluppato una riflessione originale sul rapporto tra intelligenza artificiale, pensiero umano e trasformazione digitale, espressa nei saggi DiversaMente Logico e Intelligenza Artificiale e tecnologie digital.
L’immagine usata durante il talk: «Con il tempo ho capito che la genitorialità somiglia un po’ al nostro sistema immunitario: è una risposta viva. Non una difesa, ma una risposta d’amore a qualcuno che ti chiede vita, tempo, attenzione, rinuncia, coerenza. E mentre tu pensi di educare tuo figlio, in realtà lui educa anche te (rinforza il tuo sistema immunitario). Ti mette davanti alle tue fragilità, al tuo egoismo, alla distanza che a volte c’è tra quello che dici e quello che vivi. Ti obbliga a essere più vero».
Per questo non può esserci un metodo. «Ogni figlio – ha osservato Marco Mirra è un pianeta a sé, e tu sei un po’ l’astronauta: devi avvicinarti con rispetto, imparare la sua atmosfera, capire come comunicare, senza pretendere di conquistarlo o possederlo».
L’esperienza personale: «Per me tutto questo ha anche un significato profondamente spirituale. Noi non potevamo avere figli, e oggi ne abbiamo quattro di cui l’ultimo con Sindrome di Down. Per questo ogni figlio, per me, è stato un dono di Dio: non soltanto un evento biologico, ma un miracolo di cui io sono stato chiamato a partecipare».
In conclusione: «Essere genitori, allora, non significa solo sfamare un figlio, proteggerlo o farlo crescere bene nel mondo. Significa anche accompagnarlo alla scoperta di sé, della sua parte più profonda, della sua dignità, della sua anima. Aiutarlo a capire che non è venuto al mondo per caso, ma porta dentro un mistero e una chiamata che dà un senso più profondo a tutto».
«Quando la coppia sta bene, la famiglia sta bene» ripeteva (e ripete) come un mantra Giuseppe Butturini, a lungo presidente di Anfn. Ma che cosa è l’amore di coppia? Ha cercato di spiegarlo Marco Scarmagnani, giornalista, formatore. Marco arriva da Verona, la città di Giulietta e Romeo, anche se suggerisce di non prendere spunto da quella coppia che è durata solo 3 giorni. È un consulente di coppia – o meglio – consolatore di coppia come ama simpaticamente definirsi. Padre di 3 figli, con diverse esperienze di affidamento familiare, divide la sua giornata lavorativa tra il lavoro in studio, la scrittura, e l’invenzione di format accattivanti per coppie. Uno dei più famosi – da buon veneto qual’è – è Amore diVino, una degustazione di coppia durante la quale, attraverso l’abbinamento vino e cibo, si riflette sull’abbinamento di coppia. «L’amore di coppia? Ci sono tanti modi per raccontarlo, tutti un po’ parziali» ha osservato lui. «Allora noi per essere più precisi possibile ci facciamo guidare da due esperienze: una antica e una moderna». Quella antica: la fiaba del Principe Ranocchio dei fratelli Grimm. Nello snodarsi della narrazione sono venute alla luce le coordinate dell’amore, prima immaturo e poi, via via, sempre più adulti. Poi Marco Scarmagnani ha fatto sintesi (e divertimento) con una versione «dal vivo» della teoria triangolare di Sternberg: passione, intesa, impegno. Risate a gogò (ma anche tanti elementi per riflettere), specie quando sono stati chiamati volontari a rappresentare ognuna delle polarità dell’amore. Con una indicazione: ecco come una relazione può diventare disfunzionale se manca anche uno solo degli ingredienti.
Uomo & donna sono strutturalmente diversi. Qual è l’apporto specifico, che, ciascuno di loro, può dare alla crescita del proprio figlio? A rispondere è stata Claudia Silvestri, moglie di Marco Mirra: «Io, da mamma di quattro figli, non credo che esista un copione preciso. Non è che la mamma deve fare una cosa e il papà un’altra, come se ci fosse un manuale già scritto. Ogni figlio è diverso. Anzi, io dico sempre che un figlio è un po’ come una frequenza radio: non ce l’ha stampata in fronte. La devi cercare tu, girando piano piano la manopola, sbagliando anche stazione, tornando indietro, ascoltando meglio. Però è vero che uomo e donna, madre e padre, portano spesso due sensibilità diverse. La madre tende a custodire, ad accorgersi prima delle fragilità, a tenere insieme il quotidiano, a far sentire il figlio accolto. Il padre spesso porta un’altra energia: apre, spinge, richiama alla responsabilità, aiuta il figlio a misurarsi col mondo. Ma la cosa decisiva non è chi fa cosa. La cosa decisiva è che mamma e papà abbiano una comunione di intenti. Che non si annullino, ma nemmeno vadano ognuno per conto proprio. Perché un figlio capisce subito se i genitori sono divisi, se uno tira da una parte e l’altro dall’altra. Dentro una visione cristiana, io credo che la coppia sia chiamata proprio a questo: non solo a “gestire” i figli, ma a donarsi insieme. Con tenerezza e fermezza, misericordia e verità, accoglienza e guida. Perché un figlio ti prende la vita, te la cambia, a volte te la risucchia proprio. E un genitore questa cosa non solo la deve sapere: la deve accettare. Amare un figlio significa anche perdersi un po’ per cercarlo davvero»
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