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Ti seguirò fuori dall’acqua

Ti seguirò fuori dall’acqua

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La storia d’amore tra Francesco, (inatteso) figlio down, e suo padre Dario, raccontata in un libro appena uscito. Intervista ai genitori

Dario Fani, sociologo romano, era un “uomo di velocità”, abituato a lanciare sfide e ottenere successi con facilità. A un tratto si trova a dover modificare la prospettiva e anche se stesso: nasce, inatteso, un figlio “supercromosomico”, con quel cromosoma in più (47 anziché 46 nel patrimonio genetico) che fa la differenza, cioè un bimbo down.
Dario non ha il tempo di metabolizzare il colpo, perché il pargolo nasce anche prematuro e dovrà passare tre mesi in culletta termica.
Da questa forte esperienza nasce un testo commovente, vero com’è vera la vita e com’è veritiero il doverci adattare alle circostanze che in essa accadono.
Il libro – Ti seguirò fuori dall’acqua (Salani) – racconta il lungo e rabbioso dialogo che Fani instaura con suo figlio. Un figlio ignaro di ciò che pensa il papà perché troppo piccolo, perché deve lottare per vivere, prendere peso, imparare a respirare da solo, e non ha ancora mai visto la sua mamma. Dario, all’inizio, non può neppure prenderlo in braccio, perché è tutto intubato, e questa distanza fisica lo rende ancora più lontano, quasi fosse avvenuta la morte del suo Francesco, del “vero figlio” che pensava avrebbe avuto, del “figlio sano” con cui avrebbe discusso delle sue tesi di sociologia.
Si sente in diritto di dirgliene tante, troppe. A poco, a poco, però, tutto si capovolge. Per la prima volta avrà modo di tenerlo stretto a sé, il ditino di Francesco prenderà quello del padre, la sua gambetta si muoverà eccitata dal biberon che il papà gli avvicina. E Fani, capisce. Comprende che il piccolino non è “morto”, e non merita tanto rancore. Che, per dirla tutta, proprio perché esisteva un’alta probabilità di morte alla nascita e perché appare determinato a farcela, suo figlio è pure un vincente. Questo figlio sarà il suo supereroe “mandato in missione per salvare non solo lui, ma un giorno, chissà, forse anche il mondo”.

Dario, quando ha scritto questo libro?
«Le prime 70 pagine qualche mese dopo la nascita di mio figlio. Sono nate dall’esigenza impellente di riflettere su quel che stava accadendo nella mia vita. Avevo necessità di porre una distanza fra me e quel che mi ruotava intorno. La scrittura, in tal senso, mi è sempre stata di grande ausilio. Solo in tempi successivi è nata l’opportunità e poi l’idea di farne un libro. Comunque, non so se sarei stato capace di usare la stessa sincerità, se fin da principio avessi pensato a una pubblicazione. C’è stato poi un lavoro intenso, delicato e prezioso realizzato con gli editor dell’agenzia letteraria Bernabò e della casa editrice Salani».

Ricordiamo i momenti iniziali della nascita di Francesco…
«La nascita è stata una sciabolata nel cuore – spiega Dario –, all’inizio non ho avuto la sensazione di aver messo al mondo una nuova vita, ma di aver perso una parte della mia. “Dovevi essere gioia e sei dolore” scrivo nelle prime pagine. È stato come precipitare all’inferno, proprio l’attimo in cui ero certo di salire in paradiso».
Diverso è il punto di vista di Iole: «Il rimpianto più grande che mi porto dietro è di non aver potuto prendere subito mio figlio tra le braccia appena nato. Dopo il parto mi è stato portato via e l’ho potuto vedere solo dopo tre giorni. Non sospettavo minimamente che potesse avere qualche anomalia, sapevo solo di alcune sue difficoltà respiratorie. Quando per la prima volta mi sono avvicinata all’incubatrice, ricordo di aver chiesto alla genetista: “Cos’ha questo bambino, perché è qui?”. Solo in quel momento ho appreso la notizia che il mio bimbo aveva la sindrome di Down. All’inizio mi sembrava di aver subito una condanna. Ho provato smarrimento, angoscia, rabbia, delusione. Poi una grande frustrazione. Ogni donna desidera dare un figlio all’uomo che ama, e quello non era certo il figlio desiderato. Credo che per me l’accettazione sia venuta solo in seguito. L’allattamento al seno è stato sicuramente per me una rivincita… lì non volevo fallire. Mi sono impegnata molto e grazie soprattutto a Francesco ce l’abbiamo fatta! L’ho allattato fino a un anno! E con i bimbi con il suo problemino non è così scontato».


Chi è Francesco oggi?

«È una continua fonte d’ispirazione, sorpresa e stimoli – confessa Dario –. Come credo sia un figlio per ogni padre. La luce di “immenso” che Francesco ha portato nella mia vita credo si visualizzi bene nelle pagine finali del libro. Mariagrazia Mazzitelli, direttore editoriale della Salani, l’ha definita una storia d’amore: per quanto possa apparire semplice o banale la trovo una definizione straordinaria perché ha tutti i connotati giusti: dall’iniziale rifiuto alle difficoltà dell’incontro, fatte di sfide ed incomprensioni, sino al sodalizio finale, a quel matrimonio che oggi ritengo indissolubile».


Com’è cambiata la vostra vita?

«In cinque anni è cambiata moltissimo. L’arrivo di un figlio rende la coppia una vera famiglia. Abbiamo un amico ginecologo che ama sempre dire “ogni volta che ti nasce un figlio, non sai mai chi fai entrare dentro casa”. È una battuta, ma con un fondo di verità. Un figlio, qualunque figlio, ridefinisce completamente i confini e gli equilibri che, nel nostro caso, si sono creati dopo venticinque anni di convivenza. Francesco, poi, è un bambino che richiede una quantità maggiore di disponibilità, avendo un’agenda d’impegni talvolta più fitta della nostra: logopedia, psicomotricità, visite mediche, incontri con la neuropsichiatra, gruppi di lavoro sull’handicap e molto altro. Da un punto di vista pratico questo stravolge molto la vita di relazione. Però ha anche dei vantaggi. A me – conclude Dario –, mio figlio ha portato il dono della lentezza. Oggi si parla molto di decrescita felice, di ritmi più umani, di tempi e spazi per godere delle piccole cose… in tal senso non conosco maestro più esperto di mio figlio».

Fonte: www.cittanuova.it


Patrizia Carollo