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Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca

Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca

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La storia di fede e di dolore del giovane Gianluca Firetti, scomparso lo scorso 30 gennaio 2015 per un sarcoma osseo, scritto a quattro mani con don Marco D’Agostino. Intervista al prete

Gianluca Firetti, era un ragazzo di vent’anni, perito agrario, terzino destro della sua squadra di calcio. Un osteosarcoma l’ha portato via da questo mondo, due mesi fa, il 30 gennaio 2015. Eppure, non ha vinto lui, il tumore. Perché Gian ha fatto in tempo a scrivere un libro – Spaccato in due, l’alfabeto di Gianluca (Ed. San Paolo) – a quattro mani, col suo “don”, Marco D’Agostino, quarantacinque anni, vice rettore del seminario di Cremona, dando “anima e corpo” a un alfabeto immaginario, nel quale ogni lettera rappresenta un episodio importante della sua breve ma intesa esperienza. E ci ha lasciato così una traccia da seguire, nella sua semplicità: l’importanza del vivere l’oggi, senza sprecarne neanche un istante, in attesa della morte terrena, e della nostra rinascita in cielo, ossia dell’eternità. Nell’alfabeto di Gian manca, infatti, volutamente, la lettera Z, perché com’era solito dire: “Noi siamo fatti per il cielo, per sempre”.

Già alla terza ristampa, ben 4250 copie vendute in due sole settimane, il libro narra la storia del giovane e della sua malattia (per cui ha dovuto fare chemio, radio, continui ricoveri nella stanza n. 8 dell’Hospice di Cremona), ma anche il rapporto con i familiari e gli amici (con cui, in WhatsApp, ha fondato il gruppo di preghiera “ I bananari”) e, soprattutto, il suo rapporto speciale con don Marco D’Agostino, conosciuto l’estate scorsa, che lo andava a trovare, al pomeriggio o alla sera, ogni giorno, celebrando tante volte a casa sua anche la messa. E’ stato proprio quest’ultimo a proporgli di scrivere, a quattro mani, la sua storia, il suo testamento. Ammalatosi ad appena diciotto anni di tumore, infatti, tutto nella vita di Gian, cambierà: il rapporto con se stesso, con Dio, con la sua famiglia, con gli altri. Meritava d’essere raccontato. In queste pagine, il giovane ci svela come nella lotta contro il male, si possa divenire pienamente non solo cristiani, ma anche uomini veri, fatti di sostanza e non d’apparenza. E “chiede a chi a sta bene di aiutare chi sta male. A chi sta male di farsi aiutare a star meglio”. “Perché la malattia – si legge nel testo – non va mai affrontata da soli e l’amicizia se vera e non curiosa o invadente, riesce a essere una terapia del dolore molto più forte di altri medicinali”.

Don Marco ci parli di Gianluca…
«Gianluca è stato un ragazzo luminoso. La sua forza era la sua quotidianità nel vivere, nell’affrontare la malattia, nel credere, nel pregare, nel sorridere, nello sguardo. Era un ragazzo semplice che ha saputo leggere con semplicità e verità la sua storia, quella di Dio e quella di coloro che lo avvicinavano».

Era diventato una calamita per tante persone. Cosa significava incontrarlo?
«Significava permettergli di “leggerti dentro”. Davanti a lui non si potevano avere corazze, difese, scuse, mezze misure. Lui era semplice e immediato come il Vangelo. Una volta gliel’ho detto: “Gian, venire a trovare te è come sfogliare le pagine del Vangelo”. Lui, nella sua umiltà, sorrideva, ma soprattutto negli ultimi due mesi di vita, aveva permesso prima di tutto a Dio di abitarlo, e poi anche a tantissime persone. Era come se, proprio perché c’era in lui Qualcuno di speciale, questo attirava. E non lo dico solamente io, tanti testimoni hanno avuto questa esperienza di amicizia e di fede. Gian sapeva dire le parole giuste, autentiche e vere a ciascuno».

Lei è un prete ma ha affermato che è stato Gianluca a convertirlo. Ci spiega un po’ meglio?
«Di fatto mi sono sentito come attratto da una Presenza, quella del Signore Gesù. Quante volte sono uscito dalla casa di Gian, dalla stanza dell’Hospice, dicendomi: “Come sono vere le parole di Gesù: ero malato e tu mi hai visitato”. Gian ha dato la possibilità di incontrare veramente il Signore Gesù sofferente. E mai una volta triste. Gian mi rimandava ogni volta, in ogni incontro, in ogni preghiera, nella messa celebrata con lui, il messaggio di essere veramente un prete. Non di farlo soltanto. E ho ringraziato il Signore, nei miei vent’anni di Messa, perché il fatto di essere prete mi ha dato la grazia di incontrare Gian. Una sera me lo aveva chiesto: “Don, in che cosa ti ho convertito?”. Ed io, con un po’ di commozione, gli avevo risposto: “Nel farmi tornare la voglia di essere un prete sul serio”. Un’altra volta gli avevo detto: “Gian, sai che se non fossi prete e venissi a trovarti come sto facendo, andrei subito in Seminario?”. E lui sorrideva. Ma sapeva di avere questo “potere” su tutti: faceva venir voglia di vivere. Ti faceva ritornare il desiderio delle cose belle della vita, dell’incontro con Dio».


Il male lo aggrediva nel corpo, lo abbrutiva, eppure la sua anima diveniva sempre più bella…

«Questo è stato il più grande miracolo che in tanti abbiamo visto. L’osteosarcoma è stato veramente aggressivo e impietoso. Eppure nella casa di Gian, i suoi genitori, suo fratello Federico e tante persone amiche, di professione e per volontariato, hanno toccato con mano questo fatto. Il suo sguardo, specchio della sua anima pura, è sempre cresciuto, di giorno in giorno. L’ultima domenica, dopo aver pregato con lui, gli ho dato la benedizione e poi l’ho baciato, in testa e sulle mani. “Perché, don?” mi ha chiesto. “Perché baciare Gesù è una cosa rarissima. Un privilegio per pochi”. E lui, sorridendomi mi ha detto: “Hai ragione, è un privilegio per pochi”».

Lei crede nella vita eterna? Cosa crede stia facendo ora Gian?
«Ama in pienezza. Più di prima e con un’eterna intensità. Quella di Dio. Ho avuto più e più volte la percezione, durante la malattia, che tantissimi pregavamo perché lui guarisse, si rimettesse, tornasse a essere quello di prima. Ma lui, Gian, faceva capire che si stava staccando da noi, dal mondo, da questa vita. Era come se noi volessimo trattenerlo e lui volesse salire, più in alto. Ne sono sempre più convinto. Non c’era più nulla su questa terra che lui non avesse capito. Si preparava all’incontro con Dio. Non senza timore della morte. Ma pensando che Dio lo avrebbe ricompensato – sì queste erano le sue parole e lo avrebbe fatto stare bene. Insieme con Lui».


Ora che lui non c’è più, lei che era abituato ad andarlo a trovare spesso, e lì trovare Gesù, come si sente?

«All’inizio mi sono sentito vuoto. Svuotato. Come uno che ha corso chilometri e chilometri per giorni e giorni senza mai fermarsi. Poi, d’un tratto, mi sono fermato. E cosa senti? Senti tanta stanchezza e tanto vuoto. E comincia la tentazione, quella di chi dice: “Ma allora cos’è servito?”. Quella di chi pensa che tutto è stato inutile, che le cose che hai visto, in fondo, sono solamente suggestioni… E poi la grazia della fede, del ricordo delle sue parole, del suo esempio, della sua limpidezza, del suo sguardo che “spacca in due”, della sua fortezza d’animo ti aiutano a srotolare la matassa. E’ vero, abbiamo corso per giorni e giorni… ma adesso è il tempo di ripensare a ciò che abbiamo visto e incontrato, ai paesaggi stupendi che Dio ci ha dato la grazia di contemplare con l’aiuto e lo sguardo di Gian. E’ meraviglioso vedere quanto bene Gian stia facendo, soprattutto a quelli che non l’hanno conosciuto e che incontrano il suo libro. Quante testimonianze, mail, in face book, personalmente… Quanti si accostano alla sua testimonianza di giovane, di giovane credente, di giovane santo, e ne sono illuminati. Gian c’è più di prima e, in Dio, è davvero più forte di prima».


Patrizia Carollo