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Testimonianza di una famiglia … doppiamente numerosa…

Testimonianza di una famiglia … doppiamente numerosa…

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IL VANGELO DELLA VITA,  GIOIA PER IL MONDO

Testimonianza della famiglia Resta in occasione della “Giornata della vita”

Parrocchia Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti – Taurisano (LE)

“Semplice e vera è la storia nata un giorno tra di noi e come un libro si apre ed ogni pagina racconta di una vita che mai finirà…”. Queste parole di un canto hanno sempre accompagnato i pensieri ed i sentimenti in momenti importanti di verifica personale, di coppia e di famiglia. Questa giornata per la vita è un’ulteriore opportunità per entrare con la mente e con il cuore nel grande mistero di Dio, il mistero che fa semplici e vere tutte le cose. La grandezza è proprio qui: nella semplicità e nella verità. Non vogliamo insegnare niente, ma vogliamo solo salire sul tetto di questa chiesa e gridare a gran voce che abbiamo tutti un Papà grande e ci vuole un mondo di bene. Non abbiamo la pretesa di raccontarvi le nostre gesta, le opere che abbiamo compiuto, bensì vogliamo insieme a voi scartare un dono che abbiamo ricevuto quasi trent’anni fa, il 21 luglio del 1988, il giorno del nostro matrimonio.

Se proprio vogliamo trovare il filo conduttore, il filo d’oro che ha cucito la nostra storia di innamorati, di moglie e di marito, di madre e di padre basta solo legarci a questa parolina così breve e così semplice: DONO.

Il dono della conoscenza casuale, il dono dell’incontro inizialmente avvenuto per caso, poi ricercato, e che risale al 1978, giovanissimi, non ancora maggiorenni, nel Movimento Giovanile Missionario. La musica ed il canto ci affascina sempre e ci dà tanti motivi di gioia. La nota più bella è il “sì”.

Il “sì” espresso implicitamente nella vicende quotidiane, nelle scelte coerenti al carisma missionario, nelle scelte giovanili del servizio volontario e del servizio civile, all’epoca come obiettore di coscienza. Il “sì” è stato espresso nell’accoglienza di un altro dono straordinario: quello della conoscenza della famiglia missionaria delle Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata.

Ma il “sì” definitivo, quel “per sempre” e sempre da rinnovare è stato pronunciato il giorno del matrimonio. La Grazia del Sacramento fu tanto grande che in quel giorno non capimmo niente.  Certo, eravamo ben coscienti di ciò che era la nostra scelta. Tanto coscienti che in quell’attimo mettevamo in gioco la nostra vita per un ideale molto grande. Ma nella fede non eravamo esenti dal dubbio. “E… mo’?”. Visto che “viaggiavamo in tre”, cioè con Dio tra noi, gli abbiamo chiesto: “E mo’, dove vuoi portarci?”. E la risposta l’abbiamo avuta: Lui ha voluto portarci nell’abbondanza e nella gratuità della vita. L’Amore è fecondo, l’Amore genera vita perché dà la vita, senza chiedere e pretendere nulla in cambio. In teoria questo lo sapevamo, ma in pratica l’abbiamo scoperto giorno per giorno. Nell’Amore non c’è la reciprocità perfetta.  Il dono non è simmetrico. Dono qualcosa di me non perché devo avere qualcosa da te, ma perché sento il bisogno profondo di legarmi a te. Sento il legame come bene in sé. Il problema di oggi è che ci si rapporta agli altri in maniera strumentale, per interesse.

Costruire una famiglia, ecco, era questo uno strumento per poter mettere in circolazione il dono ricevuto.

No, non la morte, Dio non attende la nostra morte, Lui non ci dice “Ricordati che devi morire!”. Dio vuole la nostra vita; se no, perché ci ha resi capaci di generare vita?  Per questo abbiamo voluto liberamente restituire il dono ricevuto generando nuove vite, accogliendole sin dal concepimento.

Il primo marzo 1990 nasce Giuseppe (“Dio aggiunga”). Al dono del Sacramento del matrimonio Dio aggiunge grazia su grazia, dono su dono. Il nostro è un Dio dell’abbondanza, della “numerosità”, non è un dio stretto di manica, un dio tirchio. Anzi, chiama a sua volta l’umanità ad abbondare: “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe       sono i figli della giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra” non resterà confuso quando verrà a trattare alla porta con i propri nemici”. (Slm. 127,3-5)

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Mi chiamo Giuseppe, ho 27 anni e sono innanzitutto figlio e fratello di una famiglia numerosa. Sono figlio di mamma e papà, fratello maggiore di tre fratelli e fratello minore di nove fratelli. Tutto questo per dirvi che le mie giornate sono tutt’altro che noiose. Tutto questo grazie all’amore e all’esempio dati dai miei genitori, che quasi trent’anni fa hanno detto il loro Sì definitivo, ma che ha aperto alla novità, al dono di sé. È il prendere la vita come un dono, affidarsi alla Provvidenza che tutto sa e tutto può, l’insegnamento che ricevo ogni giorno da loro. Tutto quello che si ha, talenti e cose, non posso tenermele per me, ma naturalmente le condivido. Nelle mie scelte ho sempre avuto come punto di riferimento la vita che si fa dono, che si fa servizio. Dopo aver concluso i miei studi da infermiere, ho deciso di rientrare qui perché bisogna avere sempre una casa dove tornare e avere legami, una porta, anzi due porte (compresa quella della casa famiglia) dove si abbracciano le debolezze e si condividono le gioie, vivendo il quotidiano, dal lavare i denti a rimboccare le coperte. Accoglienza, condivisione e servizio che ho cercato nel mio piccolo di portare in Croce Rossa e nel servizio con i Giovani per la Pace della Comunità di Sant’Egidio. Prima ancora di fare qualcosa, mi sento parte di qualcosa, di una famiglia che continua a darmi ogni giorno pane di vita vissuta da dare agli altri.

 

Il 23 giugno 1993 nasce Miriam (“l’amata dall’Amore”). In quel periodo c’era un’inflazione della parola Amore, così sprecata che raccontava tutto ed il contrario di tutto, fino alla contraddizione dell’amore senza Amore. Cogliere il dono di Miriam è stato e continua ad essere l’accoglienza dell’Amato tra le fenditure della roccia. “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,             nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave,          il tuo viso è leggiadro”. (Ct. 2,14).

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Mi chiamo Miriam, ho 24 anni e studio Scienze Ambientali all’Università di Lecce. Sono cresciuta ricevendo una formazione missionaria, imparando a puntare lo sguardo su orizzonti ampi e su sogni grandi, cercando di indirizzare in questo senso ciò che più caratterizza la mia personalità: la caparbietà, ereditata da mia madre, e il desiderio di trovare il lato buono in ogni cosa o persona, ereditato da mio padre. La nostra è una famiglia creativa, nutriamo passioni diverse per una o più forme d’arte. Capita spesso, ad esempio, che qualcuno di noi prenda in mano uno strumento e cominci a suonare, e qualcun altro si accodi cantando o danzando, coinvolgendo in questi spettacoli improvvisati anche parenti ed amici eventualmente presenti.

E’ ancora più bello quando ciò avviene insieme ai nostri fratelli ospiti della Casa Famiglia.

Ho imparato il significato della parola accoglienza proprio vivendola di persona nella gioia della condivisione della mia diversità con la loro, ma soprattutto ho imparato a ricevere accoglienza: provate ad oltrepassare la porta della Casa Famiglia, e verrete sommersi da grida di gioia, da abbracci, baci, strette di mano, tanto da non saper più distinguere chi abbia effettivamente il ruolo di “accolto”. L’ingresso della Casa Famiglia rende ogni persona che vi entra una star.

Tra queste mie esperienze di vita da un lato, e il mio percorso di studi in campo ambientale dall’altro, non ho potuto che trarre ulteriore incoraggiamento dall’invito di papa Francesco nell’enciclica “Laudato si’” ad ascoltare “i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta”.

Ho sentito forte la necessità di seguire queste due strade complementari contro la cultura dello scarto ormai dominante, dapprima prendendo consapevolezza delle mie responsabilità nei confronti del mondo,  con un graduale cambiamento personale basato sui nuovi stili di vita, fino ad arrivare, qualche mese fa, ad accettare l’invito a far parte dei Giovani per la pace della Comunità di S. Egidio.

Nel cominciare a frequentare i senzatetto e gli immigrati che vivono in stazione, in giacigli di fortuna e nelle periferie di Lecce mi si è aperto un nuovo mondo. Ho imparato che non posso costruire la pace nella tranquillità delle mie comodità, ma nel donare il mio tempo, l’ascolto, parole gentili, e anche condividendo momenti di preghiera con i fratelli di altre religioni.

Qualche giorno fa un anziano senzatetto che vive in stazione, sorridendo ha salutato dicendoci: “Venite a trovarci quando volete, la porta è sempre aperta!”

Non posso che accostare questa frase al motto della Casa Famiglia, “Porta aperta, luce accesa”, e arrivare alla conclusione che vivere la vita in pienezza non è altro che imparare ad eliminare (in senso figurato) ciò che divide la sicurezza delle quattro mura domestiche dalle ricchezze che riserva la strada.

 

Il 20 gennaio 1998 nasce Agnese (“Agnello innocente”). Lei si presenta alla nascita legata ai piedi dal cordone ombelicale. Una nascita speciale nella sua particolarità, come tutte, d’altro canto. Ma la nostra preoccupazione era aumentata durante l’ultimo periodo di gravidanza, quando nei tracciati delle visite ginecologiche ultime non dava segni di movimento. Stava lì, bene ma legata, proprio come un agnello. Come ogni volta il Dio della vita non perde colpi, non si smentisce, sul monte Dio provvede. “L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.  Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.  Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”, perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”. (Gn. 22,12-14)

Agnese non è presente questa sera con noi perché è a Bari, impegnata nei suoi studi universitari.

 

Il 21 settembre 2002 nasce Eugenio (“nato bene”) e il sommo bene viene da colui che dona la propria vita per i fratelli. Quel sabato mattina si discuteva tra medici e infermieri se farlo nascere normalmente o per parto cesareo in quanto prematuro. Tutto era pronto per il cesareo nella disperazione della novità imprevedibile, visto che gli altri erano nati normalmente. Quando pensi che tutto sia finito ed il sacrificio inevitabile comunque si ricorre alla familiarità con il Signore, si scomoda qualche “amico” grande nella fede, in particolare Sant’Eugenio de Mazenod e si entra nella logica che se Lui lo vuole, così sia. Il dono circola nell’Abba-n- dono, nel credere nel dono del Padre che è buono. E così Eugenio nasce normalmente bene. “Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode.  Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”. (Slm 127,1-2)

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Io sono Eugenio, 15 anni. Frequento il secondo anno del liceo musicale. Era ovvio che in questo clima familiare ha iniziato a scorrere nelle mie vene il ritmo delle canzoni che venivano cantate in allegria. Ho iniziato ad accompagnare con gioia i canti in chiesa durante le giornate missionarie in parrocchia con piccole percussioni. Dai miei genitori ho imparato a prendere sul serio le cose e ad ascoltare il prossimo, e così sono passato dalle piccole percussioni suonate in chiesa a strumenti più grandi, suonando anche nelle orchestre della scuola, in attività che aiutano ed allenano l’orecchio e l’ascolto di chi ti sta intorno. La vita ascoltata nella numerosità e nella diversità per me è una grande orchestra, attrezzata di tutti gli strumenti. Se si riconosce in un direttore la guida dell’intero gruppo, si potrà raggiungere la perfetta armonia.

 

La vita non è mai troppa, “…ed ogni pagina racconta di una vita che mai finirà”.  Agli inizi degli anni novanta un altro bellissimo dono di vita: la Casa famiglia LA GOCCIA: un gruppo peregrinante di cinque persone, in testa padre Mario Marafioti e Valeria, che cercano casa, una casa speciale, una Casa famiglia. Si trova casa a Supersano. Il 10 giugno 1994 arriva il primo ospite: Angelo, imbottito da farmaci non riesce a mangiare, bisogna imboccarlo. Possiamo fare poco; il fuoco di eventuali pretese viene spento dall’acqua dei nostri limiti e delle nostre povertà, ma la nostra goccia, nella gioia, c’è tutta. Dopo Angelo, tanti, tanti altri figli accolti non nel vincolo di sangue ma nel vincolo di affetto espresso nei gesti quotidiani.

Lavare, spazzare, stirare, cucinare, cucire, riparare, studiare, pregare, prendersi cura, sono tutte azioni quotidiane in cui si manifesta il grande mistero della gioiosa presenza di Gesù non solo nella nostra famiglia ma anche in quella dataci in dono. Niente di straordinario, tutto nella sorprendente gioia della vita di una famiglia, di una famiglia numerosa.

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Ho 48 anni,  ma di vita in casa famiglia ne ho 20. Sono arrivato in questa famiglia speciale circa 20 anni fa. Sono andato regolarmente a scuola fino ai primi tre anni di professionale. I miei genitori, anche se santi perché provati da tante sofferenze avevano impostato uno stile di vita molto riservato e chiuso. Io cercavo di trovare nelle amicizie esterne quello che in famiglia non trovavo. In questa esperienza adolescenziale, sono stato plagiato da amici che, estorcendo denaro lentamente e nel tempo, mi hanno prima stravolto la visione del mondo poi mi hanno inculcato superstizioni ed imbrogli. In queste situazioni è facile diventare schizofrenici.  Quando sono arrivato in casa famiglia erano già morti mio fratello in un incidente stradale e mio padre con un infarto. Rimaneva solo mia madre gravemente ammalata di  Alzheimer. Inizialmente ho trovato difficoltà ad accettare una vita più ordinata, ma soprattutto più attenta alla vita altrui. Poi nel tempo ed in modo particolare nella gioia degli eventi festosi (compleanni, onomastici, festività varie) ho capito tre cose fondamentali:

  1. La verità della vita sta nella gioia degli affetti e non nei piaceri momentanei;
  2. La vera gioia sta nella mia apertura all’accoglienza del più debole, (condivido la mia giornata con la persona down più anziana d’Italia);
  3. La vera bellezza sta nell’essere in tanti, numerosi, ma uniti nello stesso obiettivo: l’accoglienza reciproca.

 

Abbiamo voluto comunicarvi questi pochi pensieri per far circolare un dono che non è nostro e per dire grazie insieme a voi al Donatore di ogni Dono.

            Grazie!!!!