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Storytelling: narrare la tesi di laurea di Agnese

Storytelling: narrare la tesi di laurea di Agnese

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Ho sempre cercato il senso delle cose, dei fatti che mi accadevano. Sono andato sempre dietro ad un perché. Tutt’ora scivola facilmente dalla mia bocca l’esclamazione interrogante: “Ma che senso c’è?”.
Vorrei raccontare tante storie che esplicitano questo profondo desiderio di senso. Mi limito a raccontarvi l’ultima. Mi viene da dire: “La sai l’ultima?”. Bene. È accaduta venerdì nove aprile. Una storia scontata. Una storia attesa. Una storia che ha un inizio ed una fine, ma che apre ad altre storie ed altri percorsi. In poche parole mi riferisco alla discussione della tesi di laurea di Agnese, la terza figlia.

Un corso di laurea in Educazione Professionale sanitaria. Titolo della tesi: “LA CURA DEL PAZIENTE TRA EVIDENCE BASED MEDICINE E NARRATIVE BASED MEDICINE”.
Una delle tappe più importanti nel percorso formativo di un giovane studente è la discussione di laurea.
Normalmente questo avvenimento è preceduto da un tempo fatto di: incontri con il proprio relatore, bozza della tesi da revisionare, copisteria per la stampa, consegna dei documenti in segreteria e tutti i preparativi per i festeggiamenti, compresa la corona d’alloro. Un tempo carico d’ansia, poi l’arrivo del fatidico giorno, l’aula magna, la relazione davanti a tutti, la stretta di mano alla commissione, l’uscita dall’ateneo tra applausi, coriandoli e abbracci di amici e parenti. Quasi nulla di tutto questo che normalmente avviene. Oggi viviamo tempi straordinari, buona parte di questi ritualismi cancellati dalla pandemia. Dopo tre discussioni di laurea, quella di Giuseppe e le due di Miriam, questa di Agnese ha un sapore di intimità familiare. Al posto dell’aula magna le due stanze: il soggiorno per i familiari e due amici, uno stanzino della nonna per la candidata che isolata nella sua tranquillità, splendidamente, in dieci minuti, sciorina il suo sapere nel collegamento on line.

Al responso della commissione con il 110 su 110 e lode con plauso (anche il bacio accademico è cancellato dal coronavirus) esplode un urlo da stadio in casa.
Certamente è mancato l’atto liberatorio dell’uscita dalla facoltà, ma non sono mancati i baci veri, gli abbracci familiari, le foto che avranno scatenato tanta rabbia al signor Coronavirus, le lacrime della nonna dense di emozione.

Ora mi resta di chiedervi scusa per la comunicazione densa di tanta emotività, di tanto ardore genitoriale.

Le tendenze che funzionano di più nella comunicazione digitale in questo momento pare che siano due: la prima è che viene premiato chi riesce a instaurare un dialogo e una relazione vera; la seconda è che c’è stata un’ascesa esplosiva dello storytelling: tutti ne parlano, tutti lo citano, tutti non ne possono più fare a
meno e pochi sanno di che si tratta.

Ma in fin dei conti sapete cos’è questo storytelling? È quello che ho fatto fino a questo momento: coinvolgervi emotivamente nella mia comunicazione. Non ha fatto così anche Gesù in quel di Emmaus nel raccontare i fatti che hanno portato alla salvezza causando un ardore dentro?
Nella mia strana malattia genitoriale ora ho capito il senso del titolo della tesi di laurea di Agnese.

Michele Resta Corrado