A Poggibonsi, in provincia di Siena, il Ministero della Salute ha disposto la chiusura del punto nascita di Campostaggia. Ad altri due presidi vicini, a Montevarchi e a Nottola, è stata concessa una proroga. È una notizia locale, di quelle che riempiono per un giorno le cronache di provincia e poi passano. A noi, però, ha fatto pensare più a lungo.
Come coordinamento provinciale avevamo deciso di non protestare. Ci sembrava più utile fermarci a ragionare con un nostro comunicato stampa, invece di aggiungere la nostra voce a quelle, comprensibili, di chi quel servizio lo perde. E ragionandoci ci siamo accorti che la questione non è senese, e nemmeno toscana: i punti nascita chiudono un po’ dappertutto, in Italia, e per ragioni che hanno poco a che fare con la cattiva volontà di qualcuno.
Le ragioni, in realtà, sono due, e sono legate tra loro. Da una parte c’è il bisogno di far quadrare i conti di una sanità pubblica che deve rispondere a domande sempre più pesanti, soprattutto quelle di una popolazione che invecchia. Dall’altra ci sono le nascite, che continuano a calare, anno dopo anno, senza che si veda un’inversione. Mettendo insieme le due cose si capisce cosa sta succedendo: le risorse che un tempo andavano alla natalità si spostano, lentamente, verso gli anziani.
Curare gli anziani è giusto, e nessuno qui sogna una sanità che li abbandoni. Non si tratta di mettere i nonni contro i nipoti. Si tratta di accorgersi che, quando i bambini sono pochi e gli anziani molti, certe scelte non le compie davvero chi firma il provvedimento. Le compie una società fatta così, sbilanciata, che indirizza ogni euro disponibile dove i numeri pesano di più, una politica che segue gli avvenimenti piuttosto che sognare cambiamenti.
Allora un punto nascita che chiude diventa soprattutto il segnale di qualcosa accaduto prima, negli anni in cui quei bambini non sono nati.
Difendere i luoghi dove si nasce vuol dire, prima ancora, rendere possibile che si nasca: case che una coppia giovane possa permettersi, un lavoro che non costringa a rimandare di continuo, orari che si riescano a tenere insieme con i tempi di una famiglia. E quest’ultimo non è più un problema delle sole piccole imprese; tocca anche la grande distribuzione, le aziende che lavorano in appalto, diverse realtà del settore pubblico, dove le turnazioni sono rigide e con un figlio piccolo diventano un rebus quotidiano.
Non è colpa di un governo o di un’amministrazione, di un colore o dell’altro.
Viene da lontano, da decenni in cui sostenere le famiglie è rimasto un proposito più che una scelta vera, a ogni livello. Dirlo non serve a rassegnarsi, ma a guardare in faccia le cose.
Resta una domanda, ed è amara. Riusciremo a invertire la rotta?
A fare in modo che, fra qualche anno, non si debba più scegliere tra i bambini e gli anziani, perché i bambini avranno ripreso a nascere? Non lo sappiamo.
Ma è la sfida che ci sta davanti, e vale la pena provarci.








