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Perché vado al family day

Perché vado al family day

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Nel modo più laico possibile, vorrei esporre una delle ragioni che mi spinge a partecipare al Family day che si terrà a Roma sabato 30 gennaio. Riporto alcune esperienze di persone cresciute nelle cosiddette “famiglie arcobaleno”, quelle cioè composte da una coppia della stesso sesso. In altri Paesi, infatti, quelli che i sostenitori delle “unioni civili” portano ad esempio di progresso e civiltà, esistono già da diversi anni, pertanto vi sono già adulti che sono in grado di portare la loro esperienza. In un vecchio articolo pubblicato sulla rivista “Tempi”, Dominique Bunel, 66 anni, francese, cresciuto da due donne lesbiche, spiega che «non è stato il tabù dell’omosessualità a farmi soffrire, ma avere genitori dello stesso sesso». E il motivo che lo ha spinto a opporsi pubblicamente alla legge del governo Hollande su matrimonio e adozioni per le coppie omosessuali è proprio l’esperienza che ha vissuto sulla propria pelle: «Questa legge in nome della lotta contro le disuguaglianze e le discriminazioni toglie al bambino uno dei suoi più sacri diritti (…), l’essere cresciuto da una mamma e un papà».

La sua è solo una delle tante testimonianze raccolte o ripubblicate sul blog di Robert Oscar Lopez, il professore americano allevato a sua volta da due donne lesbiche che gira il mondo per raccontare la sofferenza vissuta. Bronagh Cassidy è figlia di due donne che nel 1976 fecero ricorso all’inseminazione artificiale mescolando lo sperma di due amici gay «per assicurarsi che nessuno avrebbe saputo chi fosse il padre». E oggi confessa: «Crescendo ho sempre avuto la sensazione di essere qualcosa di innaturale (…). Onestamente desideravo che Pat (la compagna della madre biologica, ndr) non ci fosse». Guardando alla propria esperienza, la donna osserva che i genitori omosessuali «vogliono avere un figlio e non prendono in considerazione come si sentirà il bambino», e legalizzare matrimonio fra persone dello stesso sesso non servirà a trasformare queste coppie in “famiglie”, perché per i figli «resta irrisolta l’intera questione della propria auto-identità. Ho sempre avuto la sensazione di essere dentro un esperimento di laboratorio».

È una situazione analoga a quella delineata da Charles Mitchell, adottato da due uomini gay insieme ai due fratelli: «L’adozione omosessuale è un esperimento sociale tragico (…) l’omosessualità ha distrutto la possibilità di farci vivere normalmente».
Dawn Stefanowicz, cresciuta da un padre omosessuale, dice senza mezzi termini che «la mia salute mentale e fisica è stata messa a repentaglio dall’essere esposta allo stile di vita scelto da mio padre e dai suoi compagni, lasciandomi traumatizzata». Per lei è stato difficile perfino ammettere quello che stava subendo, perché «anche se ero molto arrabbiata per il comportamento sessuale di mio padre e dei suoi partner, non riuscivo a dire nulla di negativo su di lui o sulla vita degli omosessuali».

Anche Jeremy Deck è stato cresciuto da un padre gay, che «condivideva un appartamento con un altro uomo che aveva lasciato moglie e figli (…). Era come se tutto dovesse essere “normale”, ma mi sentivo tutt’altro che normale». Jeremy racconta che i fine settimana trascorsi in quella compagnia «sono stati un incubo per me e mia sorella», ma, di nuovo, la cosa più difficile sembrava proprio la ribellione: «Un bambino di 6 anni dipende emotivamente dai genitori e non si sente di avere il diritto di dire al genitore: “Non voglio andare in questo posto particolare o incontrare quella persona”». Posti particolari come le manifestazioni dell’orgoglio Lgbt, che Jeremy ricorda bene: «È strano starsene in un angolo della strada a guardare la sfilata per i diritti gay mentre tuo padre ride istericamente al passaggio delle “Dykes on Bikes” (le “lesbiche in moto”, ndr), una cosa che solo pochi anni prima ti avrebbero punito per averla vista». Questa vita, conclude Jeremy, «mi ha reso diffidente, incapace di dare fiducia a chiunque».

Crudo e inquietante il racconto di Rivka Edelman, allevata da lesbiche: «Mia madre invitava a casa tutti questi ragazzi gay», spiega. «Ce n’era uno, di nome Joe, che era probabilmente un agente di viaggio. Ogni volta che veniva portava un ragazzo diverso. Non erano bambini piccoli. Avranno avuto 14 , 15 o 16 anni. Non so esattamente. Erano sempre molto maleducati. Parlavano a monosillabi. Come ragazzi di strada (…). Ma solo anni dopo capii quello che stava succedendo, avevo undici anni forse (…). Chiesi a mia madre perché aveva lasciato che mio fratello andasse via con lui (Joe, ndr): “Come hai potuto farlo?”. E mia madre disse senza battere ciglio: “Tuo fratello aveva sette anni allora. A lui piacciono solo quelli dai dodici anni in su”».

Nel blog si citano anche esperienze più crude e squallide che non riporto per decenza. Fra le testimonianze raccolte nel blog di Lopez ce ne sono anche alcune, drammatiche, di adolescenti che ancora vivono con i genitori omosessuali. Una ragazza, anonima, che vive con due lesbiche, annota: «Trascorro la maggior parte del tempo a casa della mia migliore amica. Sto con il suo papà perché non ne ho mai avuto uno e lui è fantastico». Poi lo sfogo, le domande, i sensi di colpa: «Qualcuno deve dirlo, perché io non lo sento dire, i genitori gay sono egoisti in un certo senso. Non pensano a cosa vuol dire per me vivere nel loro mondo. Sono l’unica che si sente così? Sono una cattiva figlia perché vorrei avere un papà? C’è qualcun altro che ha due mamme o due papà che si chiede come sarebbe stato se fosse nato in una famiglia normale? C’è ancora qualcuno in grado di usare la parola normale senza prendere lezioni su ciò che è normale? Non conosco mio padre e non lo conoscerò mai. È strano ma mi manca. Mi manca quest’uomo che non conoscerò mai».

Un altro giovane anonimo, «figlio di un padre gay e di una madre surrogata», descrive la sua vita «con due papà (…). Mia madre biologica (che ha dato a mio papà il suo ovulo) viene spesso a casa mia. Lei ha 38 anni (…) voglio chiamarla la mia mamma, ma i miei papà diventano matti quando ci provo (…). Cosa ne pensate? Non pensate che sia normale odiare i miei papà? Ma devo essere il loro buon figlio perché hanno deciso di avermi? (…) Io non odio i gay, ma vorrei che i miei genitori fossero eterosessuali. Sono una persona cattiva a sentire così? (…) Tutti vogliono che io accetti ciò che non posso e non voglio».

Certo, qualcuno dirà che altre persone cresciute in queste famiglie non hanno vissuto niente di simile. E tuttavia, se comunque ci sono tante esperienze così drammatiche, non sarà meglio evitare di inoltrarsi in un percorso tanto rischioso per la crescita sana ed equilibrata dei bambini? E non si dica che il ddl Cirinnà non apre a queste possibilità, solo un ingenuo può crederci. Quello che è certo è che ci sono già organizzazioni che si stanno fregando le mani pensando al business che si aprirà se questa legge passerà. Basta andare su internet, dove ci sono già i cataloghi “bimbo in braccio” con relativo tariffario. Queste lobbies sono potentissime ed agguerrite, è risaputo che molti media sono finanziati per sostenere queste leggi puntando su inesistenti diritti negati. Ma i bambini non sono una macchina o un paio di scarpe. E nemmeno giocattoli per adulti.
Carlo Dionedi
vicepresidente