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Non è un’Italia per giovani

Non è un’Italia per giovani

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Crescente miseria e giusti rimedi

L’Italia non è un Paese per bambini, giovani e famiglie e il rischio di cadere in povertà è inversamente proporzionale all’età e alla dimensione della famiglia come ci confermano i dati dell’indagine Eu-Silc relativi al 2016 rilasciati giovedì 7 dicembre dall’Istat.
Il dato medio nazionale è già impressionante perchè il 30% degli italiani sono a rischio povertà, il valore più elevato dal 2004 a oggi (siamo al quintultimo posto in Europa seguiti solo da Romania, Bulgaria, Grecia e Lettonia). La percentuale sale però al 37% se guardiamo alle persone sole con meno di 65 anni e addirittura al 46% se ci concentriamo sulle famiglie con più di 4 figli.
I dati sulla povertà indicano che, dietro un reddito medio disponibile che è tornato lentamente a crescere negli ultimi anni, resta la profonda frattura di una società divisa in due. Con un troncone che ha perso contatto con il gruppo di testa ed è risucchiato nella corsa verso il basso della remunerazione del lavoro a bassa qualifica per la concorrenza dell’automazione o dell’esercito di riserva mondiale del lavoro
a basso costo. L’apparente contraddizione tra la ripartenza del Pil e del reddito medio disponibile e il peggioramento dei dati sul rischio povertà conferma che la lotta alla povertà non è soltanto questione di ricette per la crescita, ma riguarda crucialmente il modo in cui la nuova ricchezza creata viene redistribuita. Il «rancore che cresce» segnalato dal recente rapporto Censis non è dunque solo frutto di fake news, di notizie false e manipolate e tendenziose, ma anche di problemi economici profondi, che dobbiamo risolvere pure creando, nel segno dell’equità, opportune reti di protezione e reinserimento sociale. La drammaticità della situazione che stiamo vivendo è che essa, anche in prospettiva, sta tagliando fuori da opportunità di crescita sana e serena, da accesso a istruzione e salute una parte importante degli adulti di domani con conseguenze enormi sul capitale sociale, umano ed economico futuro dell’Italia. Un recente bando con risorse messe a disposizione dalle fondazioni bancarie e gestito da Fondazione con il Sud si propone oggi di immettere nel Paese risorse importanti per finanziare progetti di contrasto alla povertà educativa gestiti dalla comunità educante. Concetti come ‘povertà educativa’ e ‘comunità educante’ ci fanno capire che stiamo parlando di qualcosa di nuovo rispetto all’approccio tradizionale secondo il quale per uscire dalla povertà è sufficiente un mero trasferimento di risorse monetarie o di beni di prima necessità.

Per gli addetti ai lavori che operano per risolvere questi problemi, è infatti chiaro dall’esperienza delle storie di caduta e uscita dalla povertà che la stessa è un fenomeno multidimensionale. E che la povertà economica è la cifra monetaria di un fenomeno che trae spesso origine da choc relazionali, di aspirazioni, stimoli e competenze. Se questo è vero, il trasferimento economico necessario per risalire la china è solo l’occasione utilizzata dalle organizzazioni per coinvolgere il beneficiario in un percorso di capacitazione che mira alla ricostruzione di una ricchezza di rete di relazioni e alla rigenerazione di desideri, stimoli e fiducia di sé.

Le conseguenze sulle politiche sono evidenti. Per curare la piaga della povertà dei minori bisogna lavorare sulle famiglie affiancando nella rete di protezione universale del reddito d’inclusione (Rei), che prevede il trasferimento monetario ai beneficiari, la presa in carico da parte di realtà vocate del territorio, in grado di avviare un percorso di capacitazione lavorando sulle cause profonde (relazioni ferite, competenze, autostima). Importante dunque che una quota delle risorse previste per il Rei sia indirizzata a questo scopo anche se sarà essenziale nei prossimi anni portare il Rei (ormai misura strutturale) a regime arrivando a quei 7 miliardi necessari per far arrivare gli oltre quattro milioni e mezzo di poveri assoluti almeno alla soglia di povertà.

Nel contempo sappiamo che ogni risorsa richiesta verso una destinazione particolare deve essere sottratta da qualche altro capitolo del bilancio pubblico. E dunque, è lecito domandarsi in conclusione se in un Paese come il nostro, sbilanciato verso la spesa pensionistica anche nel confronto con gli altri Paesi europei e con una dinamica demografica drammatica che è in parte conseguenza di queste scelte, abbia senso la battaglia per evitare l’adeguamento dell’età pensionabile alla crescita dell’aspettativa di vita. Fermo restando la necessità di andare oltre il dato medio e di tener conto dei lavori usuranti.

Il nostro non è un Paese per giovani e tantomeno per bambini. Le generazioni più adulte che hanno avuto la fortuna di costruire il loro futuro in un’epoca migliore hanno oggi una responsabilità fondamentale. E sono chiamate a una forma di solidarietà intergenerazionale che prevede una maggiore attenzione nei progetti e nelle risorse alle nuove generazioni con maggiori investimenti verso le famiglie più in difficoltà dove le stesse nascono e si formano.

Fonte: avvenire.it di Leonardo Becchetti