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Nella riforma fiscale non si parla di famiglia: ma così non funzionerà

Nella riforma fiscale non si parla di famiglia: ma così non funzionerà

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Nel dibattito sulla riforma fiscale manca qualsiasi attenzione alla dimensione familiare, che invece è decisiva per un sistema tributario efficace. Per quanto ben fatta, resterà sempre zoppa ed ingiusta, soprattutto ai danni di chi ha figli.

Il dibattito sulla riforma fiscale nel nostro Paese ha finalmente avuto un’accelerazione in questi ultimi giorni, con la recente discussa approvazione in Consiglio dei ministri dei 10 articoli della legge delega. Al di là dei vari nodi già ampiamente presenti nel dibattito, siamo costretti a lanciare un segnale d’allarme per la totale assenza, nelle legge e nel dibattito, di una qualsiasi attenzione alla dimensione familiare, che invece è decisiva per un fisco giusto ed efficace. Qualche breve riflessione, senza pretesa di sistematicità, per tenere vivo un dibattito.

In primo luogo la dimensione familiare ha a che fare con un fisco giusto. L’art. 53 della Costituzione recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Purtroppo il nostro sistema fiscale, nel corso degli anni, ha progressivamente dimenticato che la “capacità contributiva” del contribuente dipende anche dalla dimensione familiare, vale a dire dal numero di persone che devono essere mantenute dal reddito familiare (ossia dal reddito percepito da uno o da entrambi i coniugi). È evidente infatti che a parità di reddito una famiglia di cinque membri ha costi ben diversi (e quindi ricchezza inferiore, fatto il saldo tra entrate e uscite) rispetto ad un nucleo con solo una o due persone, e quindi non può e non deve essere tassata allo stesso modo. La richiesta di un fisco a misura di famiglia è quindi prima di tutto una richiesta di equità, non di privilegi o di sostegni assistenziali: essa intende attuare il dettato costituzionale, non come “costo aggiuntivo” per la finanza pubblica ma “solamente” come criterio specifico (e preliminare) di giustizia fiscale. Potremmo anche dire: se un fisco non è a misura di famiglia, di fatto è un fisco ingiusto.

In secondo luogo tenere conto della dimensione familiare ha molto a che fare con l’efficacia degli interventi e con la protezione delle persone più fragili. Se nell’imposizione fiscale non si tiene conto dei carichi familiari, e in particolare di quanto costa educare e far crescere un figlio, si rischia di esporre a povertà proprio chi ha i carichi familiari più grandi. L’attuale reddito di cittadinanza ne è esempio lampante: a causa dei meccanismi di accesso scelti, che hanno ritenuto la condizione familiare poco rilevante, è risultato che circa il 60% dei destinatari sono famiglie di uno o due componenti, mentre le famiglie con figli, e soprattutto quelle con più figli, sono state marginali, al punto che, all’interno di una crescita complessiva della povertà, il numero di minori in povertà è cresciuto in modo molto più rilevante, soprattutto nelle famiglie numerose, arrivando ad oltre 1.300.000 minori poveri. Insomma, misure contro la povertà che non vedono i carichi familiari non sono efficaci nemmeno per proteggere i più vulnerabili dalla povertà.

Un terzo elemento da ricordare, senza dimenticare i primi due, è che il fisco non è l’unica misura che può sostenere i carichi familiari. Come ricorda anche l’OCSE, in effetti nei Paesi a welfare evoluto ci sono tre modalità di spesa pubblica per interventi a favore delle famiglie: a) trasferimenti monetari diretti alle famiglie con bambini (come l’assegno unico oggi in via approvazione), o per sostenere la maternità, o come voucher per servizi educativi prescolari; b) finanziamento pubblico di servizi alle famiglie, nella forma di servizi gestiti e finanziati direttamente o finanziati dal pubblico e gestiti da terzi (nidi,  scuole materne, servizi per i giovani e per le famiglie); c) sostegno economico diretto alle famiglie tramite il sistema fiscale (con deduzioni, detrazioni e altre modalità). In teoria basterebbe implementare in modo radicale uno dei tre strumenti per garantire equità nel sostegno alle famiglie. Ma in realtà i modelli più efficaci sono quelli che mettono insieme i tre interventi (ad esempio Francia e Germania), per garantire sia un accesso ai servizi al più ampio numero di persone, sia libertà e responsabilità per le famiglie. In questo senso l’introduzione dell’assegno unico universale è cruciale – e certamente una buona notizia -, ma bisogna ricordare che se dovesse garantire “da solo” le famiglie con figli dovrebbe essere davvero universalistico (senza limiti di ISEE così stringenti), e soprattutto dovrebbe arrivare molto vicino ai costi reali di un figlio, stimati proprio in queste settimane in circa 645 Euro al mese (dati Neodemos) mentre l’assegno unico, nel suo valore massimo, difficilmente arriverà ai 300 Euro al mese – e solo per i redditi più bassi. Anche per questo sarebbe molto grave non inserire l’equità fiscale familiare nel dibattito sul nuovo fisco che l’Italia vuole darsi.

Da ultimo, non vorremmo che si riproponesse lo stesso inaccettabile paradosso negativo che si è verificato, sempre in tema fiscale, con il bonus fiscale “degli 80” Euro del Governo Renzi. Qui una priorità oggettivamente sacrosanta, come la riduzione del cuneo fiscale, si era tradotta in una misura non solo indifferente, ma persino penalizzante dei carichi familiari. Infatti l’aumento in busta paga (gli 80 euro) riguardava solo il reddito individuale del lavoratore, se inferiore ai 26.000. Così un capofamiglia con tre figli con un reddito familiare superiore ai 40.000 Euro non riceveva alcun bonus, mentre in una famiglia con tre lavoratori con redditi individuali di 25.000 Euro ciascuno (totale reddito della famiglia: 75.000!) entravano tre bonus, di 120 euro ciascuno al mese. In sintesi, in un anno: al capofamiglia con tre figli a carico e 40.500 euro di reddito: zero bonus. Nella famiglia con tre lavoratori e reddito totale di 75.000 Euro: più 3.600 Euro di bonus! Davvero scandaloso, probabilmente anticostituzionale, certamente iniquo. E purtroppo questo impianto individualistico, pur con qualche modifica, è stato confermato e stabilizzato successivamente. In altre parole, anche oggi gli 80 Euro non arrivano a quel padre con 3 figli e 40.500 euro annui di reddito. Non vorremmo che anche per questa legge delega di riforma fiscale succeda lo stesso.

Nessuno si sorprenda, quindi, se da queste pagine si leva un forte grido di allarme, per richiamare l’attenzione del Governo alla famiglia, quando si discute di riforma fiscale. Altrimenti la riforma, per quanto ben fatta, resterà sempre zoppa ed ingiusta, soprattutto ai danni delle famiglie con figli.

 

Fonte: Famiglia Cristiana di Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale Studi Famiglia)