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Lettera aperta di un pediatra al Presidente del Consiglio Prof. Mario Draghi

Lettera aperta di un pediatra al Presidente del Consiglio Prof. Mario Draghi

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Draghi e bambini

Egregio Signor Presidente,
chi Le scrive opera nel settore della pediatria da oltre quarant’anni. In tutto questo tempo i bambini sono stati il mio campo di lavoro, il mio stipendio, il mio pane. Mi hanno dato il benessere per realizzare una famiglia e mettere al mondo anch’io dei figli, così da perpetuare il patto tra generazioni. Gli stessi bambini oggi adulti, con il loro lavoro, sono artefici della mia pensione.
Signor Presidente, quanto ancora potrà durare tutto questo?
Da dieci anni m’interesso di demografia e ogni anno, puntualmente, ho potuto constatare la finta meraviglia degli organi di stampa che a un popolo distratto comunicano come, ancora una volta, sia stato infranto il record di denatalità dall’unità d’Italia.
Denatalità appunto; una parola che Lei non ha pronunciato nel suo discorso programmatico al Senato della Repubblica. Una parola la cui assenza pesa e Lei sa bene quanto certe assenze possono pesare più di sfoggiate presenze.

Signor Presidente, ho notato come Lei, profondo conoscitore della realtà italiana, così culturalmente e, me lo lasci dire, anche astutamente (lo dico con orgoglio) addentro alle questioni economiche, abbia tralasciato nelle sue dichiarazioni di programma la questione del crollo delle nascite che, non solo per i demografi, rappresenta la prima emergenza del paese. Forse anche più importante del Covid, per quanto tutti siamo convinti che Lei farà quanto è in suo potere per sconfiggere anche questo nostro formidabile ma transitorio nemico.

Dagli anni ’70 dello scorso secolo, per molteplici motivi, il popolo italiano ha deciso nei fatti di ridimensionare il ruolo della famiglia e della maternità e questo, inesorabilmente, ci ha portato a imboccare una pericolosa china. Dopo cinquant’anni di continua discesa delle nascite abbiamo creato una voragine nella nostra popolazione che non potremo in alcun modo colmare e che ci presenta sempre più un conto salato da pagare. La decrescita della quota di donne in età fertile e la bassa fecondità sono la testimonianza di un dramma nazionale di cui oggi assaggiamo i frutti avvelenati. Gli stessi involontari protagonisti, i pochi bambini nati, diventeranno le sempre più sparute fila dei trenta-quarantenni che domani dovranno addossarsi il carico crescente delle onerose decisioni di spesa che oggi assumiamo in loro nome per garantire il nostro benessere.

Signor Presidente, previsioni più che attendibili presentano scenari inquietanti delle perdite lavorative legate al declino della triade gravidanza-parto-infanzia: in primo luogo nel campo della sanità, ma con numeri ancora più alti nel mondo della scuola e nelle tante attività legate all’universo infantile. Poiché non siamo monadi ma donne e uomini collegati in un sistema societario, queste perdite di lavoro che, come Lei m’insegna, sono anche perdite di denaro, a cascata ricadranno su tutti i cittadini rendendo sempre più insostenibile l’attuale sistema pensionistico e causando danni gravissimi al bilancio della nazione.

La Banca d’Italia, che Lei ha diretto con tanta efficienza, già nel marzo 2018 in un poderoso studio ha lanciato un grido di allarme per il contributo della demografia alla crescita economica. Ha concluso che se questo apporto fu nel passato ampiamente positivo, nell’ultimo quarto di secolo e nel prossimo futuro il crollo delle nascite darà un contributo sensibilmente NEGATIVO alla crescita economica della nazione.
I flussi migratori potranno limitare l’ampiezza del danno, ma non saranno in grado di invertirne il segno. Se prolungassimo nel tempo l’attuale curva di discesa della natalità, tra 20-30 anni in Italia non nascerebbe più un solo bambino!

Ovviamente così non sarà, Signor Presidente: sempre vi saranno donne e uomini che per dare la vita daranno la loro vita e che, per raccogliere i frutti copiosi dell’essere essere padri e madri, saranno disposti a sacrifici inimmaginabili. Così è stato per la mia e sua generazione di nati nell’ultimo dopoguerra, quando i nostri genitori, come Lei ha ricordato, tra lacrime e sangue, hanno ripopolato la nazione per darci il benessere di cui ancora godiamo.

Signor Presidente, a cittadini come questi Le chiedo di guardare nelle sue decisioni per “compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti” come Lei ha detto: alle necessità dei genitori attuali o potenziali come all’ultima possibilità di invertire una rotta che ci sta portando verso il baratro. Le chiedo di guardare anche all’Europa, che Lei tanto ammira, dove proprio le nazioni più evolute stanno compiendo enormi sforzi per incentivare la natalità, nella certezza che ogni vita che viene al mondo, oltre che testimonianza di amore è una ricchezza, anche monetaria, per il futuro di tutti.

Un grande governante italiano disse che i politici guardano alle prossime elezioni mentre gli statisti guardano alle prossime generazioni. Spero vivamente che Lei trovi il suo giusto posto nel secondo gruppo.

Buon lavoro, Signor Presidente. Da pediatra e neonatologo, ma soprattutto da nonno, glielo auguro con tutto il cuore.

Paolo Masile