Quanto costa a una coppia di genitori crescere un figlio? «Esistono delle stime, e sono più alte di quello che si pensa. La Banca d’Italia stima circa 640 euro al mese — quasi 8.000 euro l’anno — solo di costi diretti: cibo, vestiti, scuola, trasporti. Un mio studente, Luca Ferretti, ha fatto una tesi su questo e ha provato a costruire qualcosa di più completo, sommando anche i costi invisibili — il lavoro di cura non pagato, le carriere rallentate, il reddito perso soprattutto dalle madri. Il risultato? Tra i 24.000 e i 25.000 euro l’anno. Per diciotto anni. Se fate il conto: quasi 440.000 euro per portare un figlio all’indipendenza. Il valore di una casa in una grande città. Così Matteo Rizzolli, romano, papà di prole numerosa, docente di economia politica all’università Lumsa, intervistato ieri a Misano adriatico, dov’è in corso l’assemblea nazionale delle Famiglie numerose. «Attenzione, però: quei 25.000 euro per l’80% non sono soldi che escono dal conto corrente — sono lavoro di cura non retribuito, carriera sacrificata, ore sottratte al mercato del lavoro. È un costo reale, ma invisibile nei bilanci familiari. Ecco perché è così difficile da vedere — e così facile da ignorare politicamente. Il problema vero però non è tanto il numero in sé. È che non abbiamo un indicatore nazionale condiviso e aggiornato su questo. Misuriamo il PIL al terzo decimale, ma il costo di crescere un italiano non lo sappiamo con precisione. Forse perché finché lo trattiamo come una scelta puramente privata, non sentiamo il bisogno di misurarlo come Paese».
Meglio farlo insieme o da separati?
«Su questo non c’è dubbio: insieme. E non lo dico come moralista — lo dico come economista. I dati Istat parlano chiaro. Le coppie con figli hanno un reddito mediano di quasi 50.000 euro l’anno. Le famiglie monogenitoriali si fermano a 33.000. Stessa città, stesso costo della vita, ma un solo reddito a coprire tutto. Il risultato è che nel 2024 il rischio di povertà o esclusione sociale colpisce il 32% delle famiglie monogenitoriali — contro il 21% delle coppie con figli. Non è una questione di impegno o di carattere: è aritmetica. E questo stress economico non rimane confinato al bilancio del genitore — si trasferisce sui figli. Gli studi sugli esiti scolastici, sul benessere psicologico, sulla salute mostrano un divario sistematico e persistente tra figli di coppie stabili e figli di genitori soli. Insieme è meglio non per romanticismo, ma perché è la struttura che rende il progetto economicamente sostenibile — e che protegge i figli, non solo i genitori».
E quanto costa allo Stato – in termini di servizi – accompagnare alla crescita il pupo?
«Una stima precisa del costo pubblico per accompagnare un bambino dalla nascita all’indipendenza non esiste — e già questo la dice lunga. Ma quello che sappiamo è sufficiente a farsi un’idea. Prendiamo l’indice di giustizia intergenerazionale di Vanhuysse, ricercatore che ha confrontato 29 paesi Ocse. Il risultato per l’Italia è impietoso: i paesi dell’Europa del Sud — Italia in testa — spendono più di sei volte di più per ogni anziano rispetto a ogni persona non anziana. Sei volte. Non è una critica agli anziani: è una fotografia di dove vanno le risorse pubbliche. E la risposta è: non verso i bambini. Galasso, con il suo indice di giustizia intergenerazionale sviluppato alla Bocconi, conferma lo stesso quadro: in Italia i giovani pagano prezzi più alti in termini di precarietà, difficoltà abitative, minor peso politico — mentre le risorse continuano a fluire verso le generazioni più anziane. Ma la domanda vera non è quanto costa allo Stato accompagnare un bambino. È quanto costerà allo Stato non averlo fatto. Meno contribuenti domani, meno lavoratori, meno gettito fiscale, un sistema pensionistico e sanitario che regge sempre meno. Il costo della denatalità non appare in nessun bilancio pubblico — ma è il debito più pesante che stiamo accumulando».
Quel pupo che oggi ha bisogno delle nostre attenzioni, una volta indipendente, quanto «restituirà» al sistema Italia?
«Domanda bellissima, e risposta onesta: non lo sappiamo. Non esistono studi che facciano questo conto in modo rigoroso a livello microeconomico — quanto versa al sistema un singolo cittadino nel corso della sua vita lavorativa. E già questo è significativo: sappiamo quanto ci costa crescerlo, ma non abbiamo mai sentito il bisogno di misurare quanto ci dà indietro.
Quello che sappiamo è che il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione: i lavoratori di oggi pagano le pensioni di oggi. Non è un fondo dove accumuli i tuoi contributi — è un patto intergenerazionale. I figli che nascono oggi sono i lavoratori che tra trent’anni finanzieranno le pensioni di chi oggi è in questa sala. Questo non è un calcolo economico astratto — è la meccanica concreta del sistema.
Fino a pochi decenni fa gli economisti studiavano il dividendo demografico: i vantaggi che la crescita della popolazione porta a un paese — più lavoratori, più gettito fiscale, più innovazione, più consumi. Oggi il problema è esattamente l’inverso: qual è il mancato dividendo demografico? Ogni bambino che non nasce è un contribuente in meno, un insegnante in meno, un medico in meno. È un posto letto in meno nelle RSA tra quarant’anni — e un badante in meno per occuparsene.
I costi della denatalità non appaiono in nessun bilancio pubblico. Non c’è una voce che dice “mancate entrate fiscali da cittadini non nati”. Ma è il debito più silenzioso che stiamo accumulando — e forse il più pesante».
La domanda delle domande. Mettere al mondo un bambino è una scelta privata della coppia. Ma è anche orientata al bene comune?
«Scelta privata, sì. Ma solo privata? Un’economista americana, Nancy Folbre, ha scritto un articolo che già dal titolo dice tutto: Children as Public Goods — i figli come beni pubblici. L’idea è semplice: un figlio che cresce, studia, lavora, paga le tasse, si prende cura degli altri — produce benefici che vanno ben oltre la sua famiglia. È un bene per tutti. Luigino Bruni precisa: non sono beni pubblici in senso tecnico, sono beni meritori — hanno una dimensione privata e una pubblica, e le due non si escludono. Anzi, si tengono insieme.
Il problema è che negli ultimi cinquant’anni ha vinto una narrativa: avere figli è una scelta tua, un consumo tuo, un costo tuo. Lo Stato al massimo ti dà un bonus. E ne paghiamo le conseguenze demografiche che abbiamo visto questa mattina.
Ma attenzione — e qui voglio essere preciso. Riconoscere la dimensione pubblica dei figli non significa consegnare la famiglia allo Stato. La Costituzione italiana riconosce la famiglia come società naturale, anteriore allo Stato. Il principio di sussidiarietà dice che lo Stato interviene per sostenere, non per sostituire. I figli nascono in una famiglia, crescono in una famiglia — e la famiglia viene prima, non dopo».








