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La famiglia Sberna si racconta

La famiglia Sberna si racconta

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Oggi facciamo una chiacchierata con la famiglia Sberna. Sono con noi Mario ed Egle una coppia importante per l’Associazione Nazionale Famiglie Numerose, siamo in presenza infatti dei fondatori dell’associazione. Nel 2004 sono stati loro, insieme alla famiglia Cinelli, a iniziare questa avventura, come è ben raccontato in questa videoricostruzione.

Ma iniziamo chiedendovi qualcosa di voi, da quanto tempo siete insieme?

Ci siamo sposati l’8 aprile del 1985, Lunedì dell’Angelo, esattamente sei anni dopo esserci visti per la prima volta: era l’8 aprile del 1979, anche allora un Lunedì dell’Angelo. Siamo diventati grandi insieme, sempre insieme, solo insieme: un amore totale, indissolubile, fedele e fecondo che ancora oggi ci colma di gratitudine, di gioia e di passione.

E come siete diventati famiglia numerosa?

Dopo i primi mesi di matrimonio, abbiamo sentito forte il desiderio di diventare famiglia, di mettere al mondo un figlio. Ma non arrivava, mentre tutte le coppie di amici intorno a noi prolificavano felicemente. Lo sconforto che dimorava in noi lasciava pian piano spazio ad un pensiero sempre più forte: e se fosse altro che Dio vuole da noi? Le parole del nostro Papa Paolo VI, gridate attraverso la sua Enciclica “Populorum Progressio”, ancora così attuali dopo tanti anni, ci sembravano rivolte a noi: “…che i ricchi sappiano almeno che i poveri sono alla loro porta e fanno la posta agli avanzi dei loro festini”. E il Papa aggiungeva: “Scongiuro innanzi tutto i miei figli cattolici appartenenti ai paesi più favoriti: dedicatevi a vincere le difficoltà dei figli nati nelle nazioni in via di sviluppo”. Così abbiamo deciso di iniziare un percorso biennale di formazione al volontariato internazionale, che ci ha permesso di conoscere in profondità le ingiuste relazioni tra Nord e Sud del mondo, le iniquità, le violenze ma anche le possibilità di aiuto, redenzione, restituzione.
Come spesso accade, alla fine dei due anni, a pochi mesi dalla partenza per la missione, il Signore ci dona la gioia più grande: saremo genitori! Rimandiamo quindi la partenza e diventiamo mamma e papà di Francesco, un bellissimo bimbo, incantevole e tanto buono come è anche oggi, a 32 anni, ora papà della nostra splendida nipotina Irene.
Ma torniamo ad allora: la scelta della partenza fu davvero meditata, discussa, ed anche molto sofferta: lasciavamo affetti familiari fortissimi e radicati, lasciavamo schiere di amici, il lavoro sicuro ed economicamente soddisfacente, per andare incontro a quello che, a volte, ci sembrava solo un sogno, un’illusione, addirittura una presunzione: possibile che Dio avesse chiesto proprio a noi? “Eccomi!…Parla Signore, il tuo servo ti ascolta”: anche noi eravamo dei chiamati? Potevamo avere la presunzione di ritenerci chiamati? Ma noi sentivamo nel cuore la Grazia, sentivamo Dio vicino e desideravamo bere da quella coppa. Coppa che risultava amarissima per i nostri genitori, ai quali strappavamo il piccolo nipotino così desiderato, amato e vezzeggiato, coppa che addirittura non pochi amici credenti o addirittura preti giudicavano superflua, o stolta, quando non stupida: “Che andate a fare tanto lontano, con tutto il bisogno che c’è qui?” Ma chi parte per servire la missione si alimenta, necessariamente, di emozioni forti e di pulsioni non sempre razionali: ci si alimenta cioè di una dimensione di fede, mescolata ad una dimensione di salto, di oltre, di “più in là”. E, su tutto, l’affidarsi. Abbiamo imparato a superare le difficoltà e vivere l’emancipazione insieme agli oppressi che erano diventati i nostri compagni di viaggio, conquistando con loro e tra di loro giorno per giorno il nostro spazio per vivere la vita, in mezzo a sofferenza, lotta, delusioni, paure, ma anche gioia, soddisfazioni, affetto, canti, preghiere. Abbiamo dovuto convivere con la paura, con la violenza, con la morte violenta che spesso marca il quotidiano di chi vive in favela. Abbiamo dovuto sperimentare troppe volte l’impotenza completa di fronte ai soprusi ed ai misfatti. Ma la precarietà ci ha fatto scoprire l’affidarci nelle mani di Dio. Non sempre si possono vivere gesti d’amore con gioia, vi sono momenti in cui tali gesti comportano sofferenza, compensata però dalla consapevolezza di essere portati in braccio: il Signore è vicino. Furono anni intensi: di fede, di gioia, di speranza, di sofferenza. Furono anche anni nei quali cercammo inutilmente un fratellino o una sorellina per Francesco: l’Amazzonia era colma di famiglie con tanti bambini, mentre noi ne avevamo solo uno.
Così, un bel giorno di sole, andammo con i nostri amici in “Romaria”, cioè in pellegrinaggio mariano nella foresta amazzonica (in pratica una statuetta di Maria dentro una baracca di fango e frasche) per chiedere la grazia. In quell’occasione, come è solito fare nelle romarie, Mario nel suo cuore disse a Maria che se avesse ascoltato la nostra supplica, l’avrebbe “ricompensata” con uno sforzo fisico, 100 km. a piedi nudi recitando il Rosario.
Maria ascoltò la supplica e ci venne dato un dono grande, l’adozione di Daniele, il nostro stupendo Daniele, secondogenito. Tornati definitivamente in Italia, con Francesco ormai pronto per le elementari e Daniele pronto per conoscere nonni e zii, decidemmo di onorare la promessa fatta a Maria. Da casa nostra al Santuario di Caravaggio (BG), sono giusto 100 km fra andata e ritorno. Ma Egle disse: “Maria sarà felice se ne facciamo 50 a testa, così la tua promessa sarà saldata insieme. Tua sorella ci verrà a prendere in auto per il ritorno”. Così partimmo insieme all’alba, piedi scalzi e rosario in mano, e facemmo quel che dovevamo fare: ringraziammo Maria. Che moltiplicò il dono: giorno più, giorno meno, nove mesi dopo ci nacque Marialetizia, la nostra terza figlia, bellissima come una principessa. Qualche tempo dopo, poi, decidemmo l’affido di Nico, un bellissimo bimbo che stava in una Comunità per minori a causa delle difficoltà relazionali gravi in cui versavano i genitori naturali; resterà con noi, a riempirci vita e famiglia, per quasi dieci anni. E, soprattutto nelle feste e sui social “familiari”, c’è ancora. In seguito prendemmo in affido anche Sergio, per tre anni, ed Emmanuel per altri dieci, per accrescere gioie e impegni. Ma, tornando ancora indietro con gli anni, il fatto che Egle avesse tolto metà della fatica promessa da Mario, non ci lasciava comunque sereni. Così, decidemmo di fare ancora quei 50 km che mancavano. Da casa nostra al Santuario Madonna della Neve di Adro (BS) sono poco più di 25 km., andata e ritorno 55 km: bisognava farlo. Partimmo all’alba, piedi scalzi e rosario in mano. E così, giorno più, giorno meno, nove mesi dopo, all’età nostra ormai di 42 anni, e ovviamente senza amniocentesi, venne alla luce Aurora, la nostra meravigliosa quarta figlia. Oh, certo, per alcuni sono solo coincidenze. Eppure: pellegrinaggio, nasce il dono; pellegrinaggio, nasce il dono; pellegrinaggio, nasce il dono. Eppure, nel sorriso dei nostri figli e delle nostre figlie, chissà perché, noi continuiamo a vedere il sorriso di Maria su di noi.

E adesso vi chiedo di Anfn, che è un po’ una “vostra creatura”.

E’ stata fondata al tavolo di casa nostra con un piccolo gruppo di famiglie e il racconto degli inizi si trova qui: https://www.famiglienumerose.org/la-nostra-storia/

E cosa pensate oggi di questa associazione?

Non c’era e ce n’era bisogno: un’associazione che facesse incontrare le famiglie numerose, anche solo per potersi raccontare, confidare, sognare e sperare insieme. Sono passati ormai molti anni eppure continua ad esserci, ad essere viva e vitale, propositiva e positiva: una bella associazione, indiscutibilmente.

E cosa ha rappresentato per voi?

Per noi ha rappresentato un piacevole e arricchente impegno in più nel mondo che già abitavamo, quello del volontariato gratuito. Le fatiche, che pur ci sono state, non sono mai arrivate ad essere un peso difficile da sopportare, mentre le gioie hanno di gran
lunga superato qualunque aspettativa: in particolare abbiamo visto crescere a dismisura il numero di amiche e amici che hanno colorato la nostra vita di coppia e di famiglia, anche da un punto di vista spirituale. Un dono grande.

Come eravate allora? E come siete adesso?

Siamo più belli e più ricchi: di fede, di esperienze, di amicizia, di solidarietà, di comunione, di condivisione, anche di saggezza. Siamo invecchiati, i nostri figli da piccoli son diventati grandi, ora siamo pure nonni… eppure il desiderio di continuare l’avventura associativa non viene meno. Certo, presto con nessun ruolo e con altro impegno ma sempre dentro, insieme, per esserci, per stare con le famiglie numerose, le più belle e
più ricche del Paese intero.

Cosa si può fare secondo voi, per aiutare le nuove generazioni a scegliere la vita?

Testimoniare la gioia del dono, rendendo credibile la bellezza del matrimonio e dell’apertura alla vita, vero antidoto al dilagare dell’individualismo esasperato che attanaglia la nostra società. E’ proprio come scrive Papa Francesco in Amoris laetitia, 184: “Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva”.

Grazie Egle e Mario per questa vostra testimonianza. Ci avete svelato l’inizio della vostra vita insieme e il carattere “missionario” della vostra unione. Ascoltandovi possiamo interpretare questi 20 anni della vostra vita come una “Missione” a favore delle famiglie.

Alfio Spitaleri