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Diario di una maestra numerosa: una Pasqua di pace

Diario di una maestra numerosa: una Pasqua di pace

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Nella mia scuola, una maestra illuminata ha pensato di trasformare il secondo giorno delle ultime settimane nei martedì della pace e i suoi scolari hanno fatto il giro della scuola ad invitare tutte le classi che, in piena libertà di scelta e di tempo, si ritrovano all’aperto nel campo utilizzato per l’intervallo.
I bambini della primaria, con tanto di megafono, striscioni e bandierine, manifestano per la pace e sono emozionati, impegnati quasi infuocati. In poche parole, ci credono ciecamente. È commovente guardarli e stare in mezzo a loro ma… servirà a qualcosa?
No, senz’altro no. Nessuno di noi, obiettivamente parlando, può fare nulla per fermare la guerra in corso. Abbiamo ben da urlare “vogliamo la pace”: le cose non cambiano se un centinaio di marmocchietti con quattro anni per gamba ciascuno e per quanto convinti siano marciano con i loro insegnanti lungo un campo da gioco (per non perdere tempo, intanto che ci sono, calcolano perimetro e area, così educazione civica diventa interdisciplinare con matematica).
Eppure, da quando abbiamo intrapreso questa strada, ormai un mese, i nostri bambini sono meno spaventati e meno vulnerabili, apparendo più tosti e risoluti.  Sarà che abbiamo messo in chiaro che manifestiamo solo se loro per primi dimostrano di andare d’accordo, sarà che, anche solo parlandone, tengono lontano il loro timore più grande già mentre dipingono lenzuola e striscioni da sventolare strepitanti, ma il risultato raggiunto fino ad ora è quasi superbo. Durerà quel che durerà, ahimè, sono bambini, ma, per ora, pare abbiano interiorizzato che la guerra non è solo quella di cui tutti parlano, quella che pur non essendo in Italia è comunque in Europa (e l’hanno capito molto bene grazie alla cartina geografica dell’Europa appesa alla parete prima del tempo), quella che basta accendere la tv per vedere immagini di morte.
Sono arrivati a capire che la guerra è anche la cattiveria di quando si escludono, l’indifferenza di quando non si supportano a vicenda, il sarcasmo di quando si prendono in giro, la competizione mirata a lasciare indietro un compagno più fragile. È come se in loro si fosse accesa una lampadina: manifestare non significa solo avere un pensiero di empatia per chi sta scappando e per chi ha perso tutto, ma comporta un atteggiamento di gesti pacifici tra chi si siede ogni giorno nella stessa aula, mangia alla stessa mensa e sta in fila nello stesso corridoio verso il portone d’uscita a fine giornata.
Il bimbo che dice, triste ma convinto, “Maestra, io oggi non posso venire alla manifestazione per la pace perché ieri ho tirato una pallonata addosso al mio compagno”, ecco, quel bimbo non solo ha capito tutto ma lo sta anche insegnando ai suoi maestri. Ed è nostro compito insegnare ad accogliersi anche se non si va d’accordo, insegnare a litigare bene per poi fare la pace, insegnare a rispettarsi sempre perché ognuno di noi è diverso dagli altri ma deve avere le stesse opportunità degli altri. I bambini imparano prima e meglio di noi grandi che abbiamo passato gli ultimi due anni a lamentarci di tutto, quando, invece, il nostro unico compito sarebbe stato rimboccarci le maniche e offrire ottimismo, spirito di iniziativa e solidarietà ad ogni costo e in qualunque frangente.
Gli esempi di vita positivi sono PACE e tengono lontana la guerra. Perché se è vero che non possiamo fare nulla per farla terminare, possiamo, però, fare moltissimo per non farla neanche cominciare, nonostante i milioni di momenti difficili che ognuno di noi vive nella propria esistenza.
Aiutandoci vicendevolmente e educando i bambini a cooperare possiamo essere un riflesso di PACE nelle nostre scuole. Buona Pasqua ai maestri e alle maestre, professionisti che svolgono il lavoro più bello del mondo: quello in cui non si smette mai di imparare perché i bambini di ogni generazione non si stancheranno mai di insegnarci a vivere.

Barbara Mondelli