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Diario di maestra numerosa: nuovi orizzonti

Diario di maestra numerosa: nuovi orizzonti

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Complice la DAD sincrona, la DID magari asincrona o le AID che dir si voglia (tra l’altro, ormai, non ci capiamo più niente nemmeno noi insegnanti), la sosta forzata della zona rossa nel mese di marzo, la quarantena di classe nelle ultime settimane e, dulcis in fundo, ora, gli arresti domiciliari della sottoscritta che ha i casi positivi in famiglia e che si collega da casa con gli alunni che, invece, sono a scuola e in presenza, stiamo concludendo l’anno scolastico più difficile della storia, perlomeno della mia storia (quindi, in effetti, solo degli ultimi trent’anni).
È diventato tutto un atto di coraggio, sia per i ragazzi, qualunque età abbiano, che per i docenti…qualunque età abbiano anche loro e, considerando il secolo di nascita del personale scolastico, oserei dire che ci siamo arrivati in fondo alla grande.
Sembra, però, di traballare su un’amaca non per una pennichella all’ombra di un salice, purtroppo, ma per il senso di giramento di testa che può dare se qualcuno ti spinge come se la stuoia, in realtà, fosse un’altalena. Quest’anno scolastico è un dondolio continuo, un cambiamento, senza intervallo e senza soste, di situazioni, di protocolli, di regole, di richieste che alimentano timori, incertezze, sfiducia negli adulti e quindi, di riflesso, nei nostri bambini che rischiano di farne le spese se non riusciamo a gestire con coraggio e resilienza la situazione.
Se e quando noi grandi riusciamo a supportarci a vicenda e a mantenere calma, forza e positività, i bambini compresi nella fascia d’età di cui mi occupo io, lo recepiscono e non hanno bisogno d’altro. Fino al termine della scuola primaria, i problemi degli scolari sono, spesso, solo quelli che la famiglia e la scuola non sanno nascondere, o meglio non riescono a bypassare per il bene dei piccoli che, invece, se ne farebbero un baffo perché, nella loro magnifica naturalezza e comprensione del mondo, conta solo aver vicino le persone.
I genitori si scocciano se i figli non riescono ad andare a calcio, a inglese, a strumento e
i bambini, causa l’immenso amore che provano per mamma e papà, si sentono obbligati ad essere arrabbiati per compiacere madre e padre. In realtà, loro, dotati di quella sottile perspicacia che noi abbiamo perso, vogliono solo stare con mamma e papà: è l’unica necessità impellente che hanno ma, talora, noi facciamo prima e troviamo più comodo mandarli a Karate che a passeggiare sbarleccando un gelato e tenendo racchiusa nella nostra la piccola manina.
Eppure, la mia Mariannina, otto anni appena compiuti, nella lettera per la festa della mamma, ha scritto: “Quando mi dai la mano…io so di essere al sicuro” e questo è quello che basta a loro, anche e soprattutto in tempo di Covid perché solo le certezze ci possono infondere sicurezza. Oltre ai venticinque scolari di turno, ho quattro figli e nessuno di loro, da piccolo, avrebbe mai barattato un pomeriggio con la mamma o con il papà (o meglio con entrambi) per basket o nuoto, dove, peraltro, sono comunque andati.
Siamo noi adulti che facciamo la differenza, a casa e a scuola. Siamo noi che dobbiamo mantenere i nervi saldi, siamo noi che dobbiamo essere compatti e fondamentali l’uno
per l’altro. Siamo noi genitori a casa e noi maestri a scuola che ci dobbiamo essere, dare la mano, far rispettare le regole, non transigere sulle priorità.
È il solito discorso dell’esempio, vecchio, stufoso e retorico come il cucco, ma sempre valido: inutile sommergere i bambini di discorsi campati per aria, meglio agire con poche significative parole di supporto ai fatti. Forse sbagliando, non ho mai, davvero mai in trent’anni, attaccato alle pareti dell’aula i cartelloni con i precetti da seguire: l’ho sempre trovato assurdo e quasi controproducente perché le regole e i buoni comportamenti non
si devono leggiucchiare per mettersi la coscienza a posto, ma si devono interiorizzare e si devono vivere e i bambini lo possono fare non perché le buone norme sono scritte vicino alla lavagna, ma perché chi è con loro le mette in pratica. E questo, negli ultimi due anni scolastici, trova valide motivazioni ancor più che nel passato, quello degli anni “normali”, per intenderci.
Sono stati mesi e mesi di sforzi immani, eppure, voglio pensare, non a fondo perduto: per esempio, è emersa maggiormente la meritocrazia perché ogni bambino, in DAD o in presenza, ma comunque seduto al suo posto e distanziato dai compagni, è stato sollecitato a dimostrare impegno, interesse e passione personale tirando fuori risorse che neanche sapeva di avere e, aspetto non di poco conto, ogni genitore col pargoletto a casa davanti allo schermo, si è reso finalmente conto, non solo dei suoi innumerevoli talenti che tutti riconosciamo e cerchiamo di far emergere, ma anche delle sue piccole criticità e fragilità che, prima, si pensava fossero sempre e comunque colpa della scuola, di quella maestra che pretende troppo, di quell’altra che non insegna niente, della maestra che non si sa relazionare e della sua collega che è disorganizzata e pure un pelino odiosa. All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, ecco che la mamma che traffica in cucina durante la DAD si accorge che il piccino che in casa è sempre geniale e spiritosissimo, interpellato su questioni di didattica, difficilmente dà la risposta corretta. La trovo, da mamma e da maestra, una vera opportunità da non sprecare: solo se siamo consapevoli della verità, possiamo, davvero, ripartire con coscienza e raggiungere risultati che i nostri bambini, in caso contrario, forse si potrebbero solo sognare. Che è poi il concetto, ancora non ben chiaro a tutti e tuttora difficoltoso anche per me, della nuova valutazione: l’apprendimento è un percorso che porta ad un continuo miglioramento e diventa quindi garanzia del successo formativo e scolastico. Ecco perché non è sbagliato valutare per livelli, perché se il mio bambino o il mio scolaro comincia a raggiungere un livello base, vuol dire che può fare anche di più, progredendo e migliorando, attraverso il livello intermedio, arriverà fino a quello avanzato.
Nessuno giudica il bambino, ma si valuta lo stadio a cui è arrivato e gli si dice “puoi fare
di più, altrimenti non avresti tagliato nemmeno questo traguardo.” Si rimarca quello che
il bimbo ha conquistato, non quello che gli manca. E allora perché non partire da qui nella nostra quotidianità scolastica segnata dalla pandemia, dai lockdown, dalle zone colorate e dalle quarantene? È l’anno giusto per farlo, aitiamo i bambini a pensare così: sono in classe, distanziato ma con gli altri e questo mi aiuterà ad essere autonomo contando ugualmente sul gruppo; mi devo prendere cura delle mie cose, non posso lasciarle sotto
il banco, non posso prestarle, devo tenerle disinfettate e questo mi aiuterà a diventare responsabile per me stesso giovando al bene della collettività; devo leggere seduto al mio posto, con la mascherina riflettendo con il mio cervello e la bocca chiusa e imparerò, così, a utilizzare il mio sapere per il bene comune; e se chi ho davanti mi fa notare eventuali sbagli senza demotivarmi, ma con trasparenza e tempestività, imparerò anche ad autovalutarmi ripartendo sempre da dove sono arrivato.
I bambini sono capaci, siamo noi che dobbiamo insegnarglielo. E nemmeno un minuto di questo pesantissimo periodo sarà stato inutile o sprecato.

di Barbara Mondelli