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Diario di maestra numerosa: è ricominciata davvero

Diario di maestra numerosa: è ricominciata davvero

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Chi non ci credeva si è dovuto ricredere. L’avventura è ricominciata sul serio, con mille regole e vari intoppi non previsti malgrado l’accurata preparazione, ma la Scuola è riuscita a ripartire e tenterà di continuare.
Chi l’avrebbe mai detto, tra l’altro, che saremmo riusciti a districarci tra ingressi scaglionati, orari differenziati, suddivisione degli spazi all’aperto, mense ricavate dovunque e orari precisi per fare la pipì? Eppure, come sempre nella vita, si fa di necessità virtù. Non solo le famiglie stanno cercando di avere fiducia negli insegnanti e
in tutto il personale scolastico, non solo si rendono conto che, in questo momento, i professionisti della Scuola sono tra i lavoratori più a rischio, ma, addirittura, bambini l’anno scorso iperattivi e quasi ingestibili se ne stanno buoni e calmi al loro banco a un metro di distanza boccale l’uno dall’altro, e vanno perfino convinti a togliere la mascherina nei momenti in cui si può perché sono ligi alle regole ben più degli adulti.
Già ci avevano stupito con la loro resilienza durante la didattica a distanza e ora non smettono di meravigliarci con comportamenti maturi e responsabili, che non ci saremmo mai sognati in pupetti di sei, otto, dieci anni che trattavamo da neonati perenni non più indietro di qualche mese fa. Le famiglie hanno difficoltà oggettive e reali, le maestre stanno sfidando la sorte pur di portare avanti il loro lavoro che contribuisce a garantire il futuro del paese, i bambini si stanno adattando a situazioni fino all’anno scorso inimmaginabili. E anche questo ci dimostra che qualcosa converrebbe tenere alla fine dell’emergenza, per esempio il rispetto degli orari per evitare assembramenti (che altro non è che questione di educazione tra l’altro), le regole igieniche (mancavano alquanto), la presenza di poche persone nei cortili delle scuole (cani compresi), il divieto per i ragazzi di andare ai distributori automatici (quante porcherie in meno).
La responsabilità del personale scolastico è enorme, ma non mi piace pensare che ci è imposta dall’alto, preferisco vederla e inquadrarla in un’ottica di esigenza dettata dalla necessità e, quando c’è bisogno, non si scappa ma si affronta la seccatura in questione. Perlomeno ci si prova. E lo stiamo facendo tutti, per esempio quando entriamo divisi da cinque ingressi diversi e, per l’intera mattinata scolastica, non riusciamo nemmeno a salutare la collega che ha l’aula da tutta altra parte rispetto alla nostra, quando dobbiamo concentrarci per ricordare se abbiamo l’ora di lezione nella classe predisposta in biblioteca o in quella allestita in parrocchia, quando, invece che allineati per due stringendo la manina sudaticcia del compagno, le classi entrano mascherate e in fila indiana, quando, siccome le particelle salivari volano dappertutto, non possiamo nemmeno cantare, quando, se noi maestre giriamo tra i banchi, indossiamo pure la visiera e talvolta i guanti oltre che la mascherina, quando anche andare in bagno può essere rischioso perché, malgrado tutto, c’è ancora chi non tira l’acqua ed esce senza lavarsi le mani. Mi vengono in mente quei genitori che hanno deciso di non mandare a Scuola i propri figli date le condizioni e li fanno studiare a casa. Scelta difficile, immagino, e capibile per tanti, tantissimi motivi. Ma io non l’avrei mai fatta, né come mamma né come insegnante. Da genitore credo, ma è solo il mio pensiero, che il primo diritto dei miei figli sia ricevere un’istruzione adeguata all’interno di una comunità e non tra le quattro mura domestiche, che ciò che è pesante da imparare da soli può invece essere trasformato in piacevole se lo si affronta con i coetanei, che non c’è cultura senza passione e la passione a volte ce l’hai dentro ma, più spesso, è una febbre che ti contagia e che proviene da chi, con ardore ed emozione, propaga il suo sapere.
Da maestra penso, e anche questa è solo la mia opinione, che la febbre da conoscenza e non da Covid dovrebbe colpire ogni singolo bambino attraverso l’empatia e il batticuore che lo assalgono quando recita la poesia davanti a tutti e ha paura di sbagliare, che il distanziamento fisico possa essere pian pianino superato dalla vicinanza coinvolgente data dall’ascoltare con i compagni la canzone delle letterine che si aiutano l’una con l’altra per dar vita alle parole, che gli orari sballati e diversificati non siano altro che un modo diverso di vivere il tempo all’interno di una realtà educativa che mette al primo posto il tirare fuori da ogni ragazzino ciò che ha dentro per poterlo sviluppare: indipendentemente dall’orario in cui lo fa, dall’ingresso dal quale entra, dal banco messo obliquo se no venticinque dentro l’aula non ce ne stanno, dal rischio di contagio che c’è, è alto e fa paura ma che tentiamo di tenere a bada con gel, mascherine, visiere e li disegniamo pure su una medaglia di cartoncino da portare al collo come premio meritatissimo e, perché no, anche come portafortuna, che non guasta mai.

di Barbara Mondelli