La violenza ostetrica (V.O.) rappresenta oggi una delle sfide bioetiche più urgenti, configurandosi non solo come un abuso di medicalizzazione, ma come una vera e propria forma di “violenza di genere” che mira ad addomesticare il corpo femminile, privandolo della sua autonomia decisionale. Questa realtà dolorosa trasforma l’evento fisiologico della nascita in un “problema medico” gestito da protocolli asettici, dove la donna viene spesso silenziata, infantilizzata e trattata come un oggetto passivo, subendo interventi invasivi senza un reale consenso o necessità clinica. Le conseguenze di tale approccio sono devastanti e multidimensionali: dal rischio di depressione post-partum allo sviluppo di disturbi post-traumatici da stress, fino alla compromissione del legame primario e del sacro dialogo tra madre e figlio.
In questo contesto, la mia visione professionale e umana è stata profondamente segnata dall’incontro con l’estetica e il pensiero di Flora Gualdani, maestra di vita e di ostetricia vera. Ci sono persone che non incrociano la tua vita per caso, ma per tracciare una rotazione indelebile nel tuo modo di guardare il mondo e di esercitare la professione. Per me, questa persona è stata Flora.
Sapendo che da tempo mi occupavo del tema della violenza ostetrica, Flora volle iniziare con me un confronto profondo su questo argomento. Fino a quel momento la mia attenzione era concentrata quasi esclusivamente su ciò che accade tra le mura della sala parto; Flora mi insegnò invece il valore dei metodi naturali, facendomi capire quanto la violenza ostetrica sia intimamente e prima di tutto collegata all’ignoranza sulla fisiologia in cui molte donne vengono lasciate.
Flora è stata la prima ostetrica cattolica da cui ho ascoltato, con una limpidezza disarmante, la vera definizione dei metodi naturali e l’urgenza di educare a questa conoscenza fin dalla giovane età. Per lei la conoscenza del corpo e dei suoi ritmi non era un semplice metodo di regolazione delle nascite o una scelta confinata alla sfera confessionale, ma un atto di profonda responsabilità ed ecologia umana. Mi ha insegnato che rendere una donna consapevole della propria fertilità fin da giovane significa darle gli strumenti per amarsi, custodirsi e scegliere con autentica libertà.
Attraverso questo dialogo, Flora mi ha aiutato a vederne le conseguenze più sottili e devastanti: la violenza ostetrica esiste ed è reale ogni volta che la mancanza di educazione priva una donna della padronanza del proprio corpo. Ma ha spalancato una prospettiva ancora più profonda: violenza ostetrica è anche lasciare una donna sola di fronte al dramma dell’aborto, senza offrirle le condizioni, il sostegno e le alternative per evitarlo. Costringere o indurre una donna, con l’abbandono o la mancanza di risorse, a rinunciare alla vita che porta in grembo è la forma più subdola di sopraffazione.
Conoscere Flora è stato un passaggio fondamentale per la mia vita e la mia scrittura. È stato proprio grazie al suo insegnamento che sono riuscita a dare forma al mio libro, “Siamo fatti per amare”, trovando tutte quelle profonde somiglianze e quei paragoni tra la fisiologia e la teologia. Fondatrice di Casa Betlemme, Flora mi ha insegnato a riscoprire la fisiologia come un “cerchio della vita” armonioso, dove la demedicalizzazione non è un ritorno al passato, ma il riconoscimento della sapienza perfetta con cui Dio ha progettato il corpo femminile.
Non a caso Flora ripeteva spesso che «il ventre di una donna è un tabernacolo»: una frase potente, capace di restituire la sacralità del corpo femminile come luogo di custodia e di mistero. La sua influenza è stata determinante nel farmi percepire il talamo nuziale come un tabernacolo e la nascita come un evento che deve tornare a essere celebrato nell’intimità e nella sacralità della famiglia. Flora custodiva un’idea di ostetricia intima e familiare che oggi è quasi del tutto scomparsa. Era una delle pochissime ostetriche che ancora ricordava quanto fosse bello e profondo aiutare una donna a dare la vita al proprio figlio nello medesimo letto dove quel figlio era stato concepito, riannodando i fili dell’amore coniugale con quelli del parto nella sacralità della propria casa.
L’estetica della Gualdani — fatta di osservazione, palpazione e ascolto profondo della donna — si pone come l’antidoto più efficace alla V.O., poiché restituisce alla madre il suo ruolo di protagonista consapevole (empowerment). Seguire la sua scia significa passare da una medicina che “controlla” a una cura che “accoglie”, dove l’operatore sanitario si spoglia della propria superiorità gerarchica per farsi servo del mistero della vita nascente. Solo attraverso questa riverenza per la persona spirituale, come suggerito da questa straordinaria maestra, è possibile costruire una cultura che salvi davvero i bambini salvando, prima di tutto, le loro madri.
Le sue parole, il nostro impegno
Rivedendo la sua testimonianza, risuonano con forza alcune sue frasi che riassumono la sua visione:
– «La forza di Casa Betlemme e di ogni opera per la vita sta nell’umiltà: le cose stanno in piedi solo se si sa stare in ginocchio.»
– «I metodi naturali non sono una proposta del passato, sono il futuro. Educare alla bellezza dei ritmi del corpo significa restituire alla donna la sua dignità e la sua libertà.»
– «Il ventre della donna è come un tabernacolo, luogo in cui il mistero della vita viene custodito.»
Se ne va un’apostola della maternità, un’ostetrica che ha scelto di essere sepolta con il suo camice bianco, la sciarpa rossa a simboleggiare la difesa degli innocenti e il Rosario tra le mani.
Grazie Flora. Per il coraggio delle tue posizioni, per avermi ispirato nelle pagine di “Siamo fatti per amare” e per avermi insegnato che la professione ostetrica non è un semplice mestiere, ma una custodia sacra della donna e della vita. Il tuo esempio continuerà a camminare attraverso le nostre mani e i nostri cuori.
Rachele Sagramoso








