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Che cosa significa il terzo figlio

Che cosa significa il terzo figlio

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Triplica il rischio di povertà e spesso «costringe» i genitori a cambiare casa e auto Ma la parola chiave è tenerezza. E indipendenza, che ottiene più facilmente dei fratelli

Sperando che sia femmina. O alla ricerca del maschio di casa. O semplicemente perché non si è esaurito il desiderio di maternità/paternità. Il terzo figlio — teneramente coccolato da tutti; sì, viziato — arriva così. E scalcia, per far sentire la sua presenza.

È vero, gli appena 514.308 bambini nati in Italia nel 2013, 20mila in meno dell’anno prima, hanno trovato famiglie ridotte all’osso. L’ultimo censimento Istat rileva che dal 2001 al 2011 sono aumentate del 41,3 per cento le famiglie composte da una persona, e diminuite del 5,5 per cento quelle con figli: il 47,5 per cento ne ha uno, il 41,9 per cento due, il 10,6 per cento tre o più figli. Sono 850 mila le coppie che hanno il terzo figlio, e sono convinte che gli inglesi si sbagliano: non è vero che la nascita del terzo figlio porti meno gioia perché, secondo lo studio della London School of Economics pubblicato su Demography, il desiderio di costruire e progettare il futuro si sarebbe appagato nei primi due. Troppi costi? Le famiglie inglesi — scrive il Guardian — hanno scelto di fermarsi al figlio unico. Persino i cinesi, a un anno dall’allentamento della politica del figlio unico, si sono fatti intimorire dalla crisi.

Torniamo in Italia. Quel numero perfetto, un tempo raffigurazione della famiglia standard, sembra irraggiungibile da chi mette al mondo il primo bambino dopo i 30 anni (35 lui, 31 e mezzo lei) e si ferma a una media di 1,39 figli per donna. Ma il desiderio c’è. Le preoccupazioni?

«Non si moltiplicano per numero di figli», dice Raffaella Butturini che, assieme al marito, coordina le famiglie numerose, da tre figli in su. Per lei, che di ragazzi ne ha dieci, il terzo è stato il più facile, perché ha imparato dai fratelli prima ancora che da mamma e papà.

Inutile girarci intorno: libri, università, vacanze… «Il terzo figlio, segnale di apertura alla vita, ha un impatto psicologico, progettuale e economico», osserva Francesco Belletti, presidente del Forum Associazioni Familiari, commentando i dati Censis secondo cui il rischio di povertà, sul quale incide poco il primo fiocco rosa o azzurro, viene raddoppiato dal secondo figlio, triplicato dal terzo. Che, prima ancora di camminare, costringe a «allargare» l’auto, cambiare o ristrutturare casa, invertire la rotta delle vacanze. Gli alberghi prevedono al massimo quadruple, ed ecco perché stanno nascendo siti dedicati a chi viaggia in ampia famiglia.

«Lo stile di vita cambia, ed è una gran fatica fisica riprendere passeggino-pappe-marsupio quando i primi due hanno smesso di alternare i loro pianti notturni e sono ormai diventati un po’ autonomi», confida Marilisa Jenner, italiana che vive a Londra. «Sofia è arrivata — racconta — quando avevo deciso di reinserirmi nel mondo del lavoro. È stato più difficile di quanto pensassi. Ho solo due braccia e i primi due da seguire nei compiti e nelle loro attività. Ma c’è una grande gioia. Le preoccupazione economiche? Non ne abbiamo tempo».

Più lavoro. Più fatica. Ma il terzo figlio costringe anche a rimanere giovani. Il più sveglio? Dipende dalla differenza di età con il secondo. Se il trio è a scaletta, succede che il ciuccio del primogenito va nel Napisan, quello del secondo bollito, il terzo sciacquato sotto l’acqua corrente. Quando invece, e spesso è così, il terzo arriva dopo molti anni, si ricomincia daccapo.

«Un altro figlio unico, quello che ti godi di più se sai che è l’ultimo», dice Marina Muzi. Sua mamma aveva 40 anni e due femmine di 13 e 11 anni alla sua nascita; a 40 anni, dieci anni dopo il secondo, lei ha avuto il terzo figlio. Non ha dubbi: il secondo, schiacciato tra due, è il più indipendente. Il primo, si sa, viene vissuto con inesperienza, apprensione, preoccupazione…

Il terzo? Una grande tenerezza. Il figlio della consapevolezza. Consapevoli di notti insonni. Consapevoli che il distacco — dallo svezzamento al primo giorno di scuola, dal fidanzatino/a al lavoro lontano — sarà duro. Consapevoli che inciderà sul bilancio. Consapevoli e felici. Un po’ di sana incoscienza, invece, è quello che serve, a una generazione precaria e impaurita, per cominciare a contare.

Fonte: http://27esimaora.corriere.it di Caterina Ruggi d’Aragona