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Censimento ISTAT/ Alfredo Caltabiano all’Adnkronos: «I dati mostrano progressivo svuotamento del futuro...

Censimento ISTAT/ Alfredo Caltabiano all’Adnkronos: «I dati mostrano progressivo svuotamento del futuro del paese»

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Al 31 dicembre 2024 l’età media della popolazione era pari a 46 anni e 9 mesi (48 anni e 2 mesi per le donne e 45 anni e 4 mesi per gli uomini), in ulteriore crescita, di oltre tre mesi, rispetto al 2023. Rispetto alla stessa data dell’anno precedente la quota di individui di 0-14 anni scende dal 12,2% all’11,9%. È quanto emerge dal censimento 2024 dell’Istat pubblicato oggi.
La popolazione in età attiva (15-64 anni), pari al 63,4%, si riduce ulteriormente di un decimo di punto, mentre cresce quella con almeno 65 anni di età, dal 24,3% al 24,7%.
In aumento anche il numero dei grandi anziani (85 anni e più), che raggiungono 2 milioni e 410mila individui (+90mila in un anno) e rappresentano il 4,1% della popolazione totale.
Prosegue il processo di invecchiamento della popolazione che accomuna tutte le realtà del territorio, sebbene si osservi una certa variabilità nei livelli e nella velocità. La Campania continua a essere la regione più giovane, con un’età media di 44,5 anni, seppur in costante aumento (era 44,2 nel 2023 e 43,9 nel 2022). La Liguria resta la regione più anziana, con un’età media di 49,6 anni, seguita dalla Sardegna (49,2 anni). Ordona (in provincia di Foggia) è il Comune più giovane di Italia, con un’età media di 37,6 anni, mentre Villa Santa Lucia degli Abruzzi (provincia dell’Aquila), con soli 83 abitanti, è quello con l’età media più alta, pari a 65,2 anni.
«I dati Istat pubblicati oggi confermano una tendenza purtroppo nota e sempre più marcata: l’Italia continua a perdere popolazione, con un’età media che sale a 46,9 anni, la quota di giovani (0-14 anni) che scende all’11,9%, e un indice di vecchiaia che supera il 208%: per ogni 100 bambini ci sono oltre 200 anziani. È un dato che interpella tutti, perché racconta il progressivo svuotamento del futuro del nostro Paese». Lo ha detto Alfredo Caltabiano presidente nazionale di Anfn, l’ associazione che raduna e dà voce alle famiglie numerose in Italia interpellato dall’agenzia di stampa Adnkronos.
«L’Associazione Nazionale Famiglie Numerose lo dice da anni – prosegue Caltabiano – non per rivendicazione ma per responsabilità: la denatalità non è solo una questione di numeri, è una questione di giustizia sociale e visione culturale».
Negli anni ’60 le famiglie con 3 e più figli erano oltre 3 milioni, oggi sono meno di 800.000. In parallelo, l’indice di fertilità si è abbassato fino a 1,18 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. «Ma per assicurare il ricambio generazionale sarebbero necessari almeno 2 figli per donna. È evidente che questo equilibrio non può essere raggiunto se non ci sono famiglie numerose, capaci di compensare chi ha un solo figlio o nessuno».
A livello europeo – ricostruisce il presidente Anfn «le famiglie con tre o più figli rappresentano il 12,5% delle famiglie con figli, ma contribuiscono al 25% del totale dei figli. In Italia, queste percentuali sono esattamente dimezzate: le famiglie numerose sono solo l’8%, e contribuiscono al 12,5% del totale dei figli. Eppure, proprio queste famiglie sono le più penalizzate: secondo Istat, la nascita di un figlio è oggi la seconda causa di povertà, e le famiglie con tre o più figli sono le più esposte al rischio di povertà assoluta».
Di fronte a questi dati – commenta Alfredo Caltabiano «non servono slogan, servono azioni concrete, e servono ora. Le famiglie numerose non sono un’eccezione folkloristica da premiare con qualche bonus occasionale: sono l’unico vero argine strutturale al declino demografico.
È per questo che chiediamo al Governo e al Parlamento di partire da qui, da chi già oggi sta facendo la sua parte per l’Italia. Chiediamo che si passi finalmente dalle parole ai fatti con un pacchetto di misure mirate, sostenibili e ad alto impatto culturale, che Anfn ha già presentato in varie sedi istituzionali. La prima: una riforma fiscale equa, che riconosca i carichi familiari e ristabilisca l’equità orizzontale: a parità di reddito, chi mantiene più persone non può pagare le stesse tasse. E poi: una revisione dell’Assegno Unico, che elimini la penalizzazione del 50% per i figli tra i 18 e i 21 anni e ne estenda la durata per i figli ancora a carico e in formazione. Ancora: una riforma dell’ISEE, oggi strumento rigido e iniquo, da sostituire con un indicatore più moderno e aderente ai reali bisogni familiari, che riconosca e valorizzi i figli come risorsa e non come costo. Ancora: Una legge specifica per le famiglie numerose, da tempo annunciata nei documenti ufficiali del Governo ma ancora non avviata».
Anfn chiede anche «la reintroduzione della Carta Famiglia, estendendone l’utilizzo da parte dei Ministeri, delle Regioni e dei Comuni, ma anche coinvolgendo imprese, esercizi commerciali e grande distribuzione. E l’introduzione di un beneficio IVA sull’acquisto di auto a 7 posti per le famiglie con 4 e più figli, obbligate a cambiare mezzo al momento della nascita del quarto figlio».
Si tratta – dice Caltabiano ad Adnkronos «di misure concrete, a basso costo e ad alta resa, che possono invertire la rotta culturale e demografica del Paese. L’Italia ha bisogno di futuro. Il futuro passa dai figli. E le famiglie numerose sono già parte della soluzione».