• it
No a una «rivoluzione» antropologica, si rischiano gravi conseguenze

No a una «rivoluzione» antropologica, si rischiano gravi conseguenze

254
Condividi

Non solo le sentenze che destano stupore ma la carica ideologica che rischia di diventare dittatura culturale

Non sono gli artifici giuridici che destano stupore. A quelli alcuni nostri magistrati ci hanno da tempo abituato, soprattutto quando si avventurano sulle frontiere più delicate della vita e della famiglia. Proprio quegli ambiti in cui si forma, cresce e si sviluppa il nucleo più profondo dell’umano e che quindi richiederebbero un sovrappiù di rispetto e prudenza. Ma a suscitare amarezza e disorientamento è la carica ideologica che pervade certe sentenze, nella prospettiva di un pressing giudiziario (e culturale) che rischia di diventare – o forse è già diventata – dittatura culturale. Perché solo un’ideologia finalizzata a costruire una visione antropologica a senso unico, «non più vincolata a un mero fattore di carattere biologico », e quindi aperta a qualsiasi combinazione biotecnologica – «utero in affitto » compreso – può spiegare la sistematicità con cui certa magistratura e una cospicua parte del mondo politico viaggiano insieme nell’obiettivo di aprire in modo palese all’adozione omogenitoriale.

La doppia adozione gay decisa ieri a Firenze, che segue di pochi giorni il caso Trento e a una ventina di pronunciamenti favorevoli alla genitorialità omosessuale nell’ultimo triennio, non possono che confermare l’esistenza di un obiettivo purtroppo ben definito. L’adozione che oggi la legge italiana permette solo a coppie eterosessuali sposate da almeno un triennio, secondo alcuni magistrati sarebbe invece possibile in via ordinaria anche a coppie dello stesso sesso, in nome di un mutato (e non meglio definito) clima culturale. Non tutti i giudici, va ribadito, sono disposti ad allinearsi a un pensiero che vuol diventare dominante e punta a imporsi come unico. Ma il loro parere, forse perché non vengono ascoltati, pesa di meno. Come contano poco anche tutti gli altri esperti – giuristi, psicologici, responsabili di enti e associazioni – che in più occasioni hanno avanzato riserve sull’opportunità di cancellare dall’orizzonte simbolico e reale dei bambini la presenza di una mamma e un papà. La Commissione giustizia della Camera, che ha realizzato l’indagine conoscitiva sulle adozioni – di cui proprio ieri, guarda caso, è stato approvato il documento finale – ha evidentemente prestato la massima attenzione nella scelta delle persone da ‘audire’. E quegli esperti, in larghissima maggioranza, hanno fornito proprio il parere che quella parte della politica intendeva raccogliere e rilanciare.

Non c’è più motivo per ostacolare l’adozione non solo a coppie, ma anche a single omosessuali. Certo, con tutte le cautele, ed esaminando caso per caso. Ma il combinato disposto tra la volontà espressa da parte di quella che si annuncia come una maggioranza parlamentare e la raffica di sentenze di cui si è detto non sembra casuale. Come non appare casuale che la doppia sentenza di ieri, porti anche la firma di Laura Laera – presidente del Tribunale dei minorenni di Firenze – candidata alla carica di vicepresidente della Commissione per la adozioni internazionali e ormai prossima a ricevere il nulla osta dal Csm per quell’incarico. Conosciamo e abbiamo ampiamente documentato il calvario di quella realtà istituzionale, per un triennio paralizzata in modo inspiegabile da una gestione personalistica e inefficiente. Ma a questo punto gli interrogativi sul futuro delle adozioni non appaiono meno inquietanti del passato e obbligano a raddoppiare attenzioni e sforzi per continuare a ribadire il valore sociale, culturale, educativo di quella ‘differenza di genere’ uomo-donna, realtà inelubile e progetto di futuro per il bene di tutti.

Fonte: avvenire.it di Luciano Moia