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Ma la sfida alla denatalità in Europa non si vince solo con i nido

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La famiglia questione europea

La famiglia questione europea

 

Di Alberto Krali

 

Un quadro politico all’insegna della precarietà con una sola
certezza: la famiglia è tornata nell’agenda della politica italiana. Vi era
stata scacciata da un dibattito che la relegava ai margini, bisognosa di tutela
a parole, ma poi sopravvanzata dall’urgenza della modernità. È il destino delle
società giunte tardi al consumo di massa e abbagliate dai luccicori di
un’agiatezza più sognata che vissuta. Alla Spagna si ispirano i Don Chisciotte
dell’individualismo esasperato, a un Paese giunto dunque ancora più tardi
dell’Italia alla democrazia e quindi al moderno mercato capitalistico. Il
desiderio è bruciare le tappe e diventare una grande Las Vegas, quella dei
rotocalchi dove la mattina ci si sposa e il pomeriggio si divorzia, perché
l’unica cosa che conta sono i capricci individuali e i soldi che li rendono
possibili.

Nessuno parla di Francia e della Svezia, che saranno pure
libertine, ma dove le famiglie possono contare su agevolazioni fiscali in
rapporto al numero dei figli. Perché è questo il problema quando gli altri
hanno già smaltito le ubriacature dell’onnipotenza dell’individuo, tipiche di
una società fondata sul consumo. Noi non ci siamo accorti che la vera decadenza
inizia proprio quando si smette di dar seguito alla propria specie. All’Italia
il primato della denatalità e siccome è ancora ben presente nell’inconscio
nazionale l’idea che tanti figli vuol dire arretratezza e povertà, eccoci
diventati paladini del figlio unico, o di quello in provetta, purché non sia più
di uno. Il miraggio del progresso: gli italiani lo rincorrono, mentre gli altri
hanno fatto esperienza dell’illusione e quindi ne colgono anche gli svantaggi.
Non l’esaltazione del provinciale che sconfina nell’ideologico, ma il razionale
calcolo: questo l’imperativo del momento. Le società moderne hanno bisogno
della famiglia e ce lo dice proprio l’industria che reclama giovani sempre più
preparati e quindi affidabili. Una migliore assistenza all’infanzia, maggiori
appoggi alla famiglia: queste le parole d’ordine che segnano la nuova stagione
delle richieste avanzate dal mondo imprenditoriale. Se la famiglia tiene, la
dispersione scolastica si riduce e in più il ragazzo è seguito nell’avanzamento
degli studi. Il mercato del lavoro non offre sufficiente personale qualificato
e il timore è di non riuscire a tenere il passo.

Il processo va gestito affinché l’attenzione della società non si
sposti troppo sul piano produttivo. È di questi giorni in Germania la polemica
scatenata dall’intervento del vescovo di Augusta sulle madri degradate a
macchine riproduttive: non si delegano all’asilo nido l’educazione e la cura
dei neonati. Il ministro della Famiglia, la signora von der Leyen, medico e
madre di ben sette figli, ha infatti proposto la creazione di centri per
l’infanzia sino ai tre anni di vita. L’accusa al governo è di riproporre
modelli educativi del tipo in vigore nella vecchia Germania comunista.
L’obiettivo del ministro è offrire alle madri l’opportunità di continuare
l’attività professionale, delegando all’istituzione di fatto il ruolo di
succedaneo materno. Si verrebbe a creare una situazione in cui le madri che
decidessero di restare a casa per curare i figli si troverebbero nella
condizione di doversi giustificare di fronte a chi nel frattempo ha fatto
carriera. Lo dice il ministro degli Interni del Land del Brandeburgo e non è il
solo. È recente l’introduzione del cosiddetto contributo per i genitori: il 75%
dell’ultimo salario per uno dei due coniugi che resta a casa e cura il suo
bimbo sino all’età dei tre anni. Ma una recente inchiesta ha evidenziato che i
padri non ne vogliono sapere e solo le madri restano a casa, con il grande
inconveniente che dopo meno di tre anni il rapporto di lavoro decade e si
rientra nella categoria dei disoccupati. Un destino amaro per molte donne. Da
qui la proposta di maggiori asili nido. Si noti che per ogni figlio nato lo
Stato tedesco paga già un contributo mensile sino alla maggiore età e, nel caso
della continuazione degli studi, sino alla laurea. Insomma: gli aiuti non
mancano, perché la famiglia non è più quell’ovvietà che faceva dire ad
Adenauer, il cancelliere storico del dopoguerra: «È scontato che i coniugi
facciano figli». Oggi se non li si aiuta non li fanno.

 

Da “L’Eco di Bergamo, 2/3/2007