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Famiglia e missione

Famiglia e missione

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Vorremo accennare al tema della famiglia come centro e irradiazione della missione. Ne parleremo con un linguaggio profondamente religioso che è bene dichiarare fin da subito: mai come in questi tempi, infatti, il linguaggio comune è diventato intriso di termini religiosi che col religioso nulla hanno a che vedere. Basti pensare a cosa si riferisce un’azienda economica quando parla di “Mission”: non intende evangelizzazione, intende profitto, vitello d’oro al quale tutti dovremmo prostrarci e prostituirci; basti pensare ai discorsi di capi politici di questi ultimi tempi, ove si parla troppo spesso a sproposito di lotta del Bene contro il Male, di Cristo e di Anticristo, di santità e di missione. Parole in libertà scientemente utilizzate per confondere le acque, intorpidire le coscienze, banalizzare il culto e la fede, acquisire in modo simoniaco la ricchezza dell’Oltre.

Missione in senso puro e davvero religioso è invece, e anzitutto, spiritualità e testimonianza. Non certo uno spiritualismo disincarnato, non un intellettualismo lucido ma una scelta radicale, vissuta in maniera radicale. Radicale perché lo spiritualismo si trova nelle nostre radici prime e ultime, le meno visibili ma le più importanti e decisive nell’orientare le scelte di fondo della nostra esistenza, tanto le decisioni grandi e determinanti, come il matrimonio o dare la vita ad un figlio, quanto i comportamenti quotidiani spiccioli. Questa nostra dimensione sarà più o meno viva e vitale quanto più ce ne occupiamo come coppia, quanto più la coltiviamo, la nutriamo.

Tutti, anche l’essere umano più rozzo, ha uno spirito ma questo può essere addormentato, sterilizzato, ridotto in stato comatoso sotto montagne di chiassose e anche violente vanità e stupidità: basti pensare a ciò che cola dalle italiche televisioni monopolizzate o al pettegolezzo pubblico e privato, parlato, gridato e stampato, spesso indiscreto, maligno, diffamatorio e proprio per questo adulato e riverito; o basti pensare all’affanno di molti per correre dietro solo ai soldi, al successo, al prestigio personale, al potere, al ben-avere in luogo del benessere, alla competizione sfrenata contro il prossimo. Vite rovesciate nel secondario, sacchi vuoti, spiriti atrofizzati, polmoni senz’aria.

Ma lo spirito umano va difeso e condiviso, nella coppia, al pari dell’amore, del “sì, prendo te come mia sposa e come mio sposo” rinnovato ad ogni alba ed ad ogni tramonto; lo spirito va difeso non meno del cuore, del respiro, della vita fisica. Non è un compito facile; la civiltà in cui siamo stati chiamati a vivere dalla grazia divina ha assai poco di spirituale perché il suo sviluppo è esterno dall’umano e spesso contrario ad esso. Questa critica non condanna, sia chiaro, il benessere materiale che oggi sappiamo creare; critica l’incapacità di condividerlo e lo squilibrio grave tra questo benessere materiale esterno e il benessere intimo, le relazioni buone tra le persone, la giustizia nei rapporti sociali e internazionali.

La persona, sappiamo, è ambigua, e proprio lo spirito è il luogo intimo nel quale ognuno si decide verso la bontà o la cattiveria, verso l’egoismo o l’altruismo, verso la vita violenta e nociva o la vita non violenta e capace di donarsi agli altri. Ognuno di noi può essere, anche in famiglia, denti che divorano o pane che nutre. Naturalmente tra questi estremi vi sono infinite sfumature. Anzi, noi – Egle ed io – siamo sempre, nonostante la scelta più convinta e sincera, nel cammino incompiuto e quindi nell’incoerenza: camminiamo in ritardo, avanziamo e indietreggiamo, ci alziamo e cadiamo, procediamo ritti e deviamo. Non basta volere, anche nel modo più sincero, anche nella coppia più amorosa che sia mai esistita. Non è vero che “volere è potere” e non vero perché semplicemente noi non siamo onnipotenti. Il problema è drammaticamente umano. San Paolo, nella sua onestà illuminata, lo scrive ai Romani: “La legge è spirituale, io invece sono di carne… non capisco quel che faccio, faccio quel che non vorrei fare”. Ecco perché abbiamo bisogno della grazia come dell’aria che respiriamo.

Spiritualità della famiglia, allora, è vivere insieme l’esperienza profonda e a volte dolorosa di questa continua scelta drammatica, mai facile, sempre nuova. E’ l’esperienza di vivere davvero l’autentica avventura della coppia amorosa, una coppia che insieme resiste alle tentazioni egoistiche per non essere trascinata come sughero sull’acqua dalle mode, dalle statistiche, dagli ordini, dai conformismi, da interessi mediocri, dall’individualismo, dall’edonismo, dalla vanità, dalla voracità, dall’accidia.

Il contrario di questo sono proprio le qualità che una coppia cristiana deve coltivare nel proprio spirito come missione e come testimonianza. E tra queste qualità, una che più di tutte le raccoglie e unifica è la bontà. Questa parola, che può suonare molle o dolciastra, che per alcuni è sinonimo di scemenza, che viene oggi derisa o fraintesa o disprezzata sotto il nome di “buonismo”, “irenismo”, “pacifismo” è invece una forte idea profetica e costruttiva. Essere buoni significa fare il bene, agire bene, pensare bene e pensare il bene, donare bene e donare il bene. Non significa dunque “stare bene”. Questo “stare bene” è diventato l’idolo del mondo attuale, alla ricerca del solo benessere personale e materiale, possessivo e rapace fino alla rapina sistematica. Se lo stare bene egoistico è un idolo, come tutti gli idoli esige sacrifici umani. E i sacrificati, sono tutti gli altri. La bontà invece si scomoda, si impegna, si sente data in pegno agli altri, non li sacrifica ma li rispetta e li serve, li ascolta e li accoglie, li perdona e si preoccupa che stiano bene. E dove nasce la bontà se non nel profondo del cuore, nel profondo della nostra spiritualità? E’ là, in quel profondo, che arrivano a noi i doni spirituali, là dove noi li coltiviamo per farne autentiche esperienze personali e nuovo dono reciproco tra noi e con gli altri, in un cammino grande e degno, per il quale merita vivere e faticare, pregare e lodare, gioire e soffrire, sognare e sperare.

Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce il sacramento del matrimonio come sacramento dato per il servizio altrui. Questa dimensione missionaria del matrimonio non è abbastanza apprezzata dal popolo di Dio. Eppure la famiglia non è solo per generare la vita (anche chi si sposa civilmente genera, anche chi non si sposa per nulla); nemmeno solo per testimoniare l’amore (anche i preti e le suore e i consacrati lo testimoniano, anche gli atei ed anche i mussulmani). Il matrimonio cristiano allora è qualcosa di diverso e precisamente un dono che Dio fa alla sua Chiesa per continuare l’evangelizzazione. Gli sposi diventano strumento di una maternità e di una paternità che sa che Dio ama mio figlio prima ancora di essere concepito e sa che mio figlio è destinato a vedere Dio alla fine della vita terrena. Nell’esperienza di essere padre e madre si sperimenta dunque l’amore di Dio Padre e Madre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Questo è il punto decisivo: a immagine di Dio, il matrimonio è per la vita e per tutte le vite.

Per questo, forse, abbiamo bisogno di riscoprire il bello di Dio nel bacio tra due sposi: oggi, per dire il bello di Dio, nel Catechismo o nelle immaginette delle Edizioni Paoline si vedono bei tramonti, begli uccellini, bei fiorellini; mai pensiamo che due sposi che si baciano con amore, tenerezza e passione dicono il bello di Dio, proprio perché la famiglia è anzitutto “parola-carne”, cioè parola leggibile e non solo parola ascoltabile, “parola-testimonianza” e non Parola-Maestra. Ecco perché due coniugi quando parlano di famiglia, sono più credibili di altri perché la vivono, nel servizio all’accoglienza reciproca, all’accoglienza alla vita e agli altri, nel servizio alla riconciliazione ed al perdono, alla pazienza, alla gioia. Anzi è proprio la famiglia che può evangelizzare con gioia: quando vive uno stile di vita nella solidarietà e nella condivisione, una vita alternativa a quella attuale incentrata sul ben-avere, vivendo come scelta la diminuzione delle cose e la crescita dell’essere.
Perché la logica della comunione cristiana non parte da legami di sangue o di amicizia o di stretta parentela, lo sa bene chi ama le missioni: i missionari infatti sono proprio coloro che si staccano dai legami di sangue, amicizia e parentela e vanno fino agli estremi confini della terra per incontrare degli sconosciuti che diventeranno i loro compagni di viaggio, i loro nuovi fratelli e sorelle, amici, parenti. I missionari partono per andare incontro ai più bisognosi, che spesso sono i lontani, quando non i nemici: ma “se amate soltanto quelli che vi amano, che merito avete?” dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Farsi prossimo agli altri in questa logica significa amare coloro che sono altro da me: ai tempi di Gesù erano le prostitute ed i pubblicani, i samaritani o i romani; oggi sono l’albanese, lo zingaro, lo straniero, il mussulmano, il barbone, il tossico, l’alcolizzato…. Partecipare con amore alle sofferenze di questi ultimi, insieme al desiderio di alleviare queste sofferenze e di porre loro fine, è l’elemento più alto della nostra vita di famiglia cristiana, l’autentico culto da rendere a Dio: farsi prossimo a chi è nel bisogno, null’altro. Perché non v’è nulla di più importante in un’intera vita che chinarsi affinché un altro, cingendoti al collo, possa rialzarsi.

Allora, anche nel matrimonio, è nel servizio agli altri che accade il divino, che ci accade il divino, che accade il divino in noi perché facendoci prossimo, ci facciamo prossimo del Cristo; perché il Cristo oggi si incontra con noi dove vive l’escluso, l’emarginato, il disprezzato, l’umiliato. L’umiliato è indizio della presenza divina e per scoprirla e incontrarla davvero non basta “vedere” i bisognosi, ma occorre compromettersi per loro e soprattutto con loro, con la loro causa. Altrimenti faremmo del “beati gli afflitti” nient’altro che una benedizione rasserenante alle vittime dei soprusi della storia. Invece, guardando alla povertà non come parola ma alla fisica presenza dei nomi che delineano questa parola, guardando, parlando e abbracciando Maria, Anna o Giovanni ma anche Joao, Mustafà o Fatima, non ci si chiede più “chi è Dio” ma ci si risponde alla domanda “dov’è Dio”. La Croce la incontriamo e abbracciamo oggi abbracciando fisicamente chi è nell’afflizione.

Per questo, chi offre e riceve amore sente trasformare sé stesso in maniera dirompente. Il contatto concreto con il bisognoso permette di realizzarsi la promessa biblica “Vi darò un cuore nuovo”. Servendo l’altro, ci si sente convertiti e il nostro impegno con il progetto di società più giusta e fraterna, con la ricerca del Regno, prima di essere impegno sociale e politico, diventa impegno di famiglia cristiana.

E’ impegno di sequela e fedeltà al Dio liberatore che si manifesta negli afflitti. E’ la strada per costruire la comunità-famiglia che S. Paolo disegna nella lettera Romani, chiedendoci di non adattarci alla mentalità di questo mondo… ma di lasciarci trasformare da Dio: famiglia che si sforza di accogliere, perdonare, benedire, scusare, fare il bene a tutti.

E’ aver compassione della sofferenza patita dai deboli, cercare la vera misericordia, che è amore gratuito, solidale, tenero: è il “va’ e fa anche tu lo stesso” che conclude la Parabola del Buon Samaritano in Luca 10. Misericordia che vince le barriere di famiglia, di sangue, di razza, di sesso, di religione, di casta e ti mette in comunione con Dio. Fare comunione con Dio, significa allora mettere la nostra vita in comunione con gli altri perché solo condividendo e accogliendo potremo imparare ad essere meno individualisti e più famiglia cristiana, ad essere meno casta e più Chiesa.

Essere famiglia ed essere chiesa domestica significa e implica dunque che la vita e il destino degli altri ci debbano essere tanto preziosi quanto quello dei nostri familiari e che la solidarietà debba andare ben al di là dei vincoli di sangue o di amicizia. Significa e implica che nessuno può chiudersi nel proprio orticello dicendo: “ho già la mia famiglia, mi sono già impegnato per l’educazione cristiana dei miei figli, non ho già fatto abbastanza?”. No, non si è fatto mai abbastanza, anzi si corre il rischio di invecchiare e di fossilizzarsi senza nemmeno accorgersene: sono proprio gli “altri” che danno sapore alla propria vita ed alla propria fede, anche nella coppia.

Dobbiamo allora spezzare nei nostri cuori una consuetudine, un rilassamento, un’indole sonnolenta e opulenta che non desidera essere scalfita, dobbiamo imparare a sradicare le sbarre dalle finestre delle nostre case e dei nostri cuori. Pur sapendo che facendo questo incontreremo serie difficoltà, perché ciò significa porsi di fronte e non di fianco a questa società, a questo Primo mondo, al suo sistema di vita, al suo individualismo e edonismo, alle sue leggi ed ai suoi criteri, alle sue convivenze e connivenze col male, con l’oppressione. Perché quando il sommo criterio della vita è il denaro o il benessere materiale, il ben-avere, quando il profitto viene rispettato come una legge assoluta dello sviluppo, quando il prestigio personale è valore irrinunciabile dell’azione politica, la nostra parola non può che essere di contestazione e di protesta, pur coscienti che questa protesta genera persecuzione e sconfitta. Gesù stesso ha penetrato questo mondo di morte e ne ha subito l’urto della potenza del male. Da quest’urto ne esce in apparenza pesantemente sconfitto. Eppure noi sappiamo che dopo tre giorni c’è una luminosa resurrezione di liberazione e salvezza. Ciò che per altri è fallimento, stoltezza e follia, per noi è la via necessaria da percorrere: il soffrire per gli altri, per noi significa ritrovare nella demolizione dei valori attuata da questo mondo pagano il raggio di luce che preannuncia il Regno atteso.

La croce per noi allora non può essere solo un distintivo formale da inchiodare per decreto ministeriale sui muri degli edifici pubblici ma una precisa caratteristica del nostro atteggiamento, un rivivere motivi e valori per i quali Gesù stesso è stato crocifisso. Gesù si era rivolto ai ricchi ed ai poveri, ai colti ed agli ignoranti, ai contadini di Galilea ed ai cittadini di Gerusalemme, ai giusti ed ai peccatori. Ma la sua opzione era stata chiaramente per i poveri, gli affamati, gli afflitti, gli oppressi, le donne, i bambini e la ragione di questa sua parzialità è che la società giudaica d’allora era profondamente ingiusta e negava a loro l’uguaglianza se non addirittura l’accettazione nella comunità. È la sequela di quella opzione preferenziale che dobbiamo fare nostra nella nostra quotidianità, nella nostra vita di coppia e nella nostra vita ecclesiale. Senza temere lo scandalo, senza paura, disponibili a sopportare invettive e accuse quando non persecuzioni; perché una Chiesa che il mondo non avesse più interesse a perseguitare, sarebbe una Chiesa che ha abbandonato la croce di Cristo e non sa proclamare valori superiori e diversi da quelli che il mondo già conosce ed adora.

Sono i valori come la bontà, il perdono, la giustizia, il servizio, l’accoglienza alla vita ed a tutte le vite, cioè l’incontro e la frequentazione soprattutto delle persone umili, che sono poi le persone più sagge e sincere che possiamo interrogare e ascoltare. Ognuno di questi incontri e colloqui diventa pane vivo per lo spirito, possibilità di dare ragione della speranza che è in noi, ricchezza impagabile, che vale molto più del denaro e che nessun denaro potrà mai comprare.

Egle e Mario Sberna