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Famiglia, due anni di assegno unico. Il presidente Anfn Alfredo Caltabiano all’Adnkronos: “Serve tagliando”

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Spegne le due candeline l’Assegno unico e universale (Auu), introdotto nel marzo del 2022 dopo un voto parlamentare unanime (eccezion fatta per pochissime astensioni). Un Assegno all’interno del quale il legislatore ha accorpato una serie di benefici fino ad allora destinati ai nuclei familiari: il premio alla nascita, l’assegno di natalità, l’assegno per il nucleo familiare di naturale previdenziale in caso di presenza di figli minori, l’assegno comunale per tre figli minori, infine le detrazioni per i figli a carico al di sotto dei 21 anni (detrazioni che, invece, permangono per gli over ’21 che restano a carico dei genitori).
«Nei primi due anni di applicazione, l’Assegno unico universale ha aiutato molte famiglie fragili» osserva Alfredo Caltabiano, intervistato da Giselda Curzi dell’agenzia Adnkronos. Ma oggi ha bisogno di un tagliando. E deve essere accompagnato da una revisione coraggiosa e complessiva di Isee e fiscalità».
Quali i punti critici? «Il primo sta nello start up: l’Assegno unico non viene erogato automaticamente dal mese successivo alla nascita del figlio, ma dal mese successivo alla domanda. Domanda che deve essere compilata correttamente, nella speranza che nell’istruttoria non ci sia qualche inghippo dato che la procedura è recente ed è stata introdotta senza test approfonditi. Questo rappresenta un passo indietro rispetto ai ‘vecchi’ Anf (Assegni al nucleo familiare) che potevano essere richiesti anche dopo cinque anni: tutt’oggi Inps sta erogando arretrati dal 2019».
E poi – dice Alfredo Caltabiano ad Adnkronos «la certezza e la puntualità dell’erogazione: a differenza degli Assegni al nucleo familiare, che arrivavano direttamente in busta paga, anticipati dal datore di lavoro, adesso l’Auu viene erogato da Inps. Non arriva a tutti e sempre lo stesso giorno, in diversi casi (specie a dicembre o a marzo, quando si rifanno i conteggi) non arriva proprio, salvo essere poi recuperato: e questo rappresenta un problema per le tante famiglie che attendono con fiducia la prestazione statale per arrivare a fine mese».
Un tagliando – secondo Caltabiano – è necessario «anche per le famiglie affidatarie: una parte di esse, pur in presenza di decreto del tribunale, non stanno ricevendo l’Assegno unico e universale, del quale usufruiscono, evidentemente, ancora le famiglie di origine che quel figlio non lo stanno più accompagnando: verificandosi una ‘discordanza’, le domande decadono. Nonostante le garanzie offerte da Inps abbiamo segnalazioni di centinaia di casi non ancora risolti».
Ma l’aspetto più preoccupante – si legge ancora nell’intervista ad Adnkronos – è il cortocircuito che si è creato inserendo per intero l’Auu nella componente reddituale dell’Isee ordinario. Oggi nell’Auu sono entrate anche le detrazioni per i figli a carico che, pur migliorando il ‘netto’ dello stipendio, non incidevano nel ‘lordo’, dato preso in esame nell’Isee. Nove famiglie su 10 hanno visto crescere, alcune anche sensibilmente, il valore dell’Isee 2024. E in questo modo finiranno per perdere altre agevolazioni su beni e servizi oggi agganciati all’Isee».
La posizione del presidente Anfn: «È necessario intervenire al più presto. Ogni giorno famiglie ci scrivono temendo la perdita di bonus energia o l’esenzione sulle maggiorazioni comunali Irpef, mense e trasporti scolastici più alti, altre hanno avuto difficoltà ad accedere agli aiuti del Banco Alimentare perché hanno superato la soglia richiesta».
L’intervista si allarga anche al tema del calcolo dell’Isee. Molte le criticità sottolineate: «nel calcolo dell’Isee si fa riferimento sempre al reddito lordo anziché al reddito netto: è un’assurdità considerare ricchezza le imposte pagate. Nell’Isee entrano le provvidenze percepite da Stato o comuni due anni prima, generando, eccezion fatta per alcune voci per le quali esistono ‘Isee da prestazione’, un cortocircuito secondo cui prima lo Stato, riconoscendo la fragilità della famiglia, le viene incontro, e dopo le toglie l’agevolazione». Altro tema, le «scale di equivalenza, che non tengono sufficientemente conto delle spese di accrescimento di un figlio: oggi in Italia ogni figlio superiore al secondo vale un ‘coefficiente’ di 0.35 punti. È un po’ come dire che se ho un figlio lo Stato gli riconosce il diritto ad avere una fettina di carne, se ne ho tre la solita fettina divisa in tre pezzi. Infine: le soglie per cui un figlio è considerato a carico sono troppo basse. Può avere un senso che lo Stato ‘inviti’ il ragazzo ad acquisire la propria autonomia, uscendo di casa, ma purtroppo tanti faticano ad entrare nel mercato del lavoro. Un maggiorenne, che ha più bisogno di sostegno degli altri più piccoli, non è più considerato a carico se ha dichiarato un reddito non superiore a 4000, al lordo degli oneri deducibili, cifra che scende a 2.840,51 se il figlio ha superato i 24 anni».