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Diario di una maestra numerosa: secondo inverno in emergenza

Diario di una maestra numerosa: secondo inverno in emergenza

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È il secondo anno che, dopo la pausa natalizia, rientriamo a scuola in pandemia.
È il secondo anno di emergenza sanitaria: cambiano i protocolli, ma resta uguale la sostanza.
È il secondo anno e chissà se sarà l’ultimo.
I miei scolari sono in terza e hanno vissuto solo la scuola del Covid-19 dalla prima elementare. Quando li guardo, mi chiedo se riusciranno a fare almeno un anno “normale” alla primaria.  In tre anni, non hanno preso parte ad una gita di tutto il giorno, non si sono esibiti davanti ai genitori in spettacoli teatrali e musicali, non hanno praticamente mai pranzato in mensa attorno allo stesso tavolo, non hanno festeggiato i compleanni con i compagni sputacchiando sulla torta durante lo spegnimento delle candeline.
E la loro perplessità è ormai evidente. “Io odio l’inverno” mi ha detto una bimba in risposta alla mia intenzione di dettare una poesia sulla stagione in corso. Prima che io facessi in tempo a chiederle come mai, mi aveva già anticipato: “Perché ogni anno ci riporta il Covid”. Come darle torto, è più obiettiva di me che cerco sempre e comunque il lato positivo di cose e persone anche dove non esiste, rimanendone immancabilmente fregata.
Mi sono fermata a riflettere e mi sono quindi chiesta: e adesso? Di che scuola hanno bisogno questi bambini ormai provati per i quali la vita di classe, malgrado piena di divieti e regole, resta quasi l’unica distrazione nelle settimane che stiamo vivendo? Hanno bisogno di nuove proposte? Di progetti diversi e, soprattutto, attuabili? Di più compiti che li tengano impegnati? Di meno compiti perché ci mancano solo quelli in zona gialla, arancione, rossa? Tra quarantena familiare e relativa DID, quarantena di classe e conseguente DAD, tra tamponi su per il naso ogni due per tre, comunicazioni dalla ASL di appartenenza e sorveglianza attiva, documenti per la riammissione a scuola e attese infinite dell’autorizzazione a rientrare in presenza, le famiglie sono stremate.
Siamo scoraggiati anche noi docenti con la differenza, però, che non ce lo possiamo permettere perché il nostro compito è procedere e restare equilibrati, avendo forza e cura di sopportare e supportare le fragilità che emergono nei nostri bambini e nei loro genitori. Dobbiamo mostrarci decisi e resilienti perché siamo i loro punti di riferimento.
E, quando tutto sembra perduto e faticoso, il modo per costruire belle giornate scolastiche c’è: mettere i bambini, sempre e comunque, davanti a sfide interessanti ed arricchenti che li invoglino a credere nel futuro e in un prossimo inverno senza Covid.
Ai bambini non serve un noioso tran tran scolastico ma, all’interno di una vivace e rassicurante routine, occorre una proposta di strategie, di percorsi audaci, di operosa intraprendenza ovviamente adeguata e incanalata, visto che non hanno nemmeno due cifre nella loro età anagrafica. La scuola è la loro palestra, sia che riescano subito o dopo innumerevoli tentativi. È nostro il compito di farli sentire contenuti, sicuri e capaci e ogni bambino, nel ventaglio di proposte, troverà quella che fa per lui sviluppando così quegli incentivi che, covid o non covid, lo porteranno a risollevarsi quando si scoraggia, ad essere positivo e propositivo, a estrapolare il meglio da ogni situazione. Se noi, maestri di vita, diamo l’esempio, loro imparano che nei momenti faticosi occorre fare di necessità virtù e rimboccarsi le maniche senza tanti piagnistei e capricci.
I frutti arrivano, spesso anche subito perché i bambini sono intuitivi, immediati e, soprattutto, riconoscenti: sanno essere grati. Il loro più grande desiderio è farci contenti e avere la nostra stima. Il loro più grande timore è deluderci. Ma questo non succederà mai, piuttosto è più probabile il contrario.

Barbara Mondelli