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Diario di una maestra numerosa: quale futuro

Diario di una maestra numerosa: quale futuro

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Sembrava la primavera più attesa degli ultimi anni, quella che vede la fine del virus, del greenpass, delle mascherine al chiuso, del distanziamento. Doveva essere una primavera di rinascita in cui poter gridare addio allo stato di emergenza per goderci il ritorno alla normalità. Meno di venti giorni orsono, pensavo che questa rubrica, nata tre anni fa con l’inizio della pandemia, avrebbe a fine marzo ospitato il suo ultimo pezzo come una sorta di conclusione vittoriosa perché non ci sarebbe stato più bisogno di testimoniare le più o meno simpatiche peripezie quotidiane che si vivono all’interno della scuola durante un’emergenza mondiale. Noi maestri saremmo potuti tornare ad occuparci di come disporre i banchi, di come affrontare l’inquinamento ambientale delle nostre città, di progetti come la Corsa contro la fame per sostenere i neonati malnutriti in lontane zone del mondo.
E, invece, no. Ma proprio no.
I nostri bambini, gli stessi che sono stati la forza della scuola negli ultimi trentasei mesi, devono ancora riprendersi da tre anni di vita a metà, che già è ora di esorcizzare un’altra paura, già bisogna mostrarsi coraggiosi verso una tanto inaspettata quanto inaccettabile prova che ci farà quasi rimpiangere il Covid. E adesso, quale mascherina chiediamo loro di indossare per proteggersi? Quella con i disegnini di bombe e fucili al posto degli orsetti e dei dinosauri? Dietro quale baluardo mi posizionerò per provare a rispondere alle domande sulle atrocità che stanno succedendo? Con quale coraggio, soprattutto, continuerò a sostenere che la storia è maestra di vita? Dopo aver dedicato tutto gennaio ad onorare il giorno della memoria, a raccontare le crudeltà che tutti sappiamo, a far scrivere frasi quali “ricordiamo per non dimenticare così da non ripetere più gli stessi errori”, ecco, ora, forse, ci serve il coraggio della falsità.
Eh, sì, perché anche a dire le bugie bisogna essere audaci, soprattutto quando sono molto grosse e quando il tuo pubblico è formato da venticinque esserini che pendono dalle tue labbra. Come faremo noi maestri a gestire questa responsabilità? Tanto per cominciare, i bambini chiedono di affrontare l’argomento guerra e noi rispondiamo con l’argomento pace. Ma mica sono scemi: è chiaro che se i grandi vogliono parlare di pace, significa che la pace non c’è altrimenti la si darebbe per scontata e si converserebbe sul dove preferiamo andare in gita. Dobbiamo rispondere ai loro punti di domanda perché finta di niente, dopo venticinque giorni di guerra, non si può più fare. Stiamo studiando che sopravvive chi si evolve adattandosi all’ambiente e stiamo scrivendo poesie sul futuro. Due argomenti che si incastrano perfettamente ma non ci avevo pensato. Sopravvive chi ha i missili più forti e la maggior scorta di armi? Quindi il futuro è di chi vince la guerra e riesce ad essere il più forte? Cosa decido di rispondere? Quello che rispondo sempre: la verità. La verità è sempre un punto fermo ed implica, per esempio, la ricerca di informazioni corrette sui canali giusti. Verità è essere contrari alla cattiva informazione, è cercare fonti autorevoli, obiettive ed equilibrate che tengano conto dei diversi punti di vista, è dare un esempio di vicinanza, solidarietà, cooperazione. La verità è pace.
È insegnare che è giustissimo raccogliere beni di prima necessità per riempire un tir, ma prima bisogna essere sicuri di condividere ciò che ci serve nel nostro piccolo, nella nostra classe, nella nostra scuola. E allora sì che andremo a manifestare per la pace e contro la guerra. Se un compagno è rimasto senza matita e io gliela presto spiegando alla maestra che mi alzo e interrompo la lezione per questo preciso motivo, celebro la verità e creo un clima di aiuto reciproco e di pace. Se un compagno è senza matita e io, con buone intenzioni ma di nascosto, gliela allungo facendo cadere l’astuccio mentre mi alzo perché sto agendo senza farmi vedere e quindi sono impacciato, il mio compagno avrà avuto lo stesso la matita ma in un contesto non di sincerità che porterà, oltretutto, un terzo bambino a fare la spia alla maestra, girata per tre secondi alla lavagna a scrivere la data. Non c’è verità e nemmeno si crea un clima di pace. La verità, a scuola e non solo, è correttezza, imparzialità, rettitudine ed equità. E quando, come negli ultimi tre anni, non esiste una risposta giusta alle domande dei bambini, la verità resta comunque il fondamento dal quale partire e ripartire per costruire il futuro, evolvendoci e adattandoci all’ambiente con la solidarietà, l’empatia, la vicinanza e il tutoraggio reciproco.
È anche così che si può cominciare a costruire il futuro a scuola: in emergenza sanitaria, in emergenza bellica e nella routine quotidiana.

Barbara Mondelli