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Diario di una maestra numerosa: Natale tutto l’anno

Diario di una maestra numerosa: Natale tutto l’anno

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Uno dei non pochi effetti collaterali positivi dell’emergenza sanitaria è stata la riscoperta dei valori scolastici come lo stare insieme in modo tradizionale: se in gran parte delle ore trascorse a casa, tanti bambini fanno indigestione di videogiochi e console, a scuola in presenza vengono volentieri anche perché, seppure inconsciamente, sanno che non incapperanno nella tentazione di dimenticarsi del mondo reale per immergersi in quello virtuale.
A scuola, fino a prova contraria, prendono ancora in mano quaderno e penna, leggono libri cartacei e colorano con matite e pennarelli. Imparano a memoria le poesie allenando il cervello, scrivono i compiti sul diario per svolgerli in maniera autonoma, preparano il libro giusto man mano serve senza il bisogno della mamma come a casa.
In classe non c’è bisogno di un videogioco che, oltre a renderli miopi, ricrei finte scene di irreale vissuto, semplicemente perché a scuola si vive nel vero senso della parola: si rovescia il succo sul quaderno e la borraccia nello zaino pieno di materiale, si controlla il pancino affamato se non è ora di merenda, si aspetta il proprio turno per parlare a costo di tenere la mano alzata cinque minuti, si prova un pochino di sana paura quando è ora di essere interrogati. Per farla breve, si sviluppa una concezione di spazio e di tempo che ci accompagnerà per tutta la Vita e, per fortuna, non è quella digitale, automatica ed immediata.
Quando siamo in classe, lasciamo fuori dalla porta anche l’asocialità, l’intolleranza e la passività che caratterizzano il nostro modo di vivere dall’inizio della pandemia. A scuola vincono, sempre, le buone azioni e la collaborazione, o, almeno, proviamo in tutti i modi a lanciare questo messaggio e la conseguenza è che è un po’ come se fosse sempre Natale. Tanto per dirne una, ci si aiuta a vicenda ad essere coraggiosi: io, per esempio, ho timore degli scantinati e, ultimamente, ho rischiato di farmi la pipì addosso perché, per un guasto ai bagni principali, noi docenti siamo stati dirottati ai servizi sotto la palestra.
Mezza terrorizzata, ho escogitato un piano: mi sono fatta accompagnare da una prodiga scolara che, saltellandomi intorno, non ha evitato di riprendermi con affettuosa fermezza: “Maestra, però, ti sembra normale alla tua età avere ancora paura del bagno in cantina? Io ti ci porto volentieri, ma sappi che mi stai facendo perdere dei minuti preziosi in classe”. Eh, sì, hai solo ragione, ma…un tempo i bambini non coglievano ogni minimo pretesto per uscire dall’aula? Il mondo si è proprio capovolto, adesso sembra quasi che gli fai un torto, sarà un altro effetto collaterale del Covid?
Non lo so, ma, intanto, il Natale con la sua atmosfera arriva davvero e noi abbiamo allestito il Presepe a fine novembre o meglio, l’hanno preparato solo le mie due mani igienizzate, visto che toccare tutti tutto non si può. Da subito, un Gesù bambino adagiato su paglia illuminata ha spadroneggiato dalla sua postazione in mezzo alla capanna, richiamando i bambini di tutte le altre classi che, nel percorrere il corridoio, si fermano estasiati davanti ad una bellezza senza tempo. C’è già Gesù nel giaciglio? Certo che c’è, cosa aspettiamo a metterlo, il 24 dicembre a scuola chiusa? Quello lo si può fare nel Presepe di casa, dove vivremo ogni momento delle nostre feste natalizie.
I bambini devono avere il tempo di goderselo questo Natale, con calma e tempi dilatati, preparando tutto nell’ultimo mese e non nell’ultimo giorno. E l’atmosfera che vogliamo vivere quando siamo in classe a dicembre è/dovrebbe essere la stessa di ottobre o di maggio. Dobbiamo essere proiettati, sempre, verso atteggiamenti di interesse e condivisione verso chi fa parte della nostra vita.
Nella mia classe è così e infatti, proprio oggi, un pacioccotto soprannominato “professore” per il suo indubbio senso critico, mi chiede: ”Maestra, posso sapere se hai già fatto la terza dose?” Gli rispondo che la farò durante le vacanze e mi giro a chiamare i suoi compagni sparsi per il cortile. Ma lui prosegue: ”Farai Pfizer o Moderna?” Mi fermo, lo guardo e gli comunico che non ne ho la minima idea e che, soprattutto, non mi cambia nulla. I suoi occhi esternano un misto tra il rimprovero e l’incredulità per la mia ingiustificata ignoranza mentre un’ulteriore domanda non mi lascia davvero scampo: ”Ma ci stai dentro con i tempi? Non era meglio prenotarlo prima di Natale?” Mi osserva inorridito intanto che gli spiego che non ho fatto conti, ho aperto il fascicolo sanitario, ho cercato una data che non coincidesse con un giorno di scuola e me la sono accaparrata. Punto, fine della storia e della mezz’ora d’aria. Siccome sta per farmi un’altra domanda, passo al contrattacco e gli chiedo qual è il suo cibo preferito. “La cotoletta della nonna”: dimentica tutto il resto e rientriamo in aula perché il freddo è ibernante.
Questo tesorino preoccupato per la salute della sua maestra è il mio Natale durante i dodici mesi del calendario e quel Gesù bambino che mettiamo nella mangiatoia addirittura a novembre per avere il tempo di godercelo è il nostro Futuro, un Futuro assicurato da tutti i bimbi che noi abbiamo intorno, realmente e concretamente, tutto l’anno.
Buon Natale, allora, ai bambini che ancora si incantano davanti al Presepe.
Buon Natale ai loro genitori che ce li affidano e credono in noi.
Buon Natale a tutti i maestri e maestre che lavorano incessantemente per assicurare il Futuro (non digitale) a tutta la Terra.

di Barbara Mondelli