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Diario di una maestra numerosa: aula rifugio speciale

Diario di una maestra numerosa: aula rifugio speciale

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Due anni fa, giorno più giorno meno, l’inizio di una nuova Era per la Scuola.
Quindici giorni vissuti quasi di vacanza, poi la prima fase dell’incertezza per quel che sarebbe successo, i tentativi preliminari di terrificante DAD durante un pauroso lockdown, lo sconforto dell’arrivare a giugno senza rimettere piede nell’edificio scolastico e riabbracciare i bambini. Poi, come se l’anno precedente non fosse bastato, altri mesi altalenanti, sempre in emergenza sanitaria, incessantemente in ansia, preoccupati quando non atterriti, con un secondo lockdown, ridotto a poche settimane, ma pur di confinamento in casa da mattino a sera, lontani gli uni dagli altri e dai nostri concreti punti di riferimento: la Scuola come edificio fatto di muri tangibili, di pareti, di corridoi, di locali adibiti a bagni, palestre, mense, aule.
Sì, aule. Aule non virtuali, per carità, ma semplici, semplicissimi ambienti tradizionali, noiosi ed angusti finché vogliamo, eppure luoghi fisici e concreti dove noi popolo scolastico viviamo tante ore ogni giorno. E, quest’anno, daccapo DAD e a tutt’oggi DID, fino allo sfinimento di alunni, docenti e famiglie. È proprio vero che ci manca tutto della routine scolastica quando ci obbligano a stare a casa ma è di una cosa che sentiamo maggiormente la privazione perché è il nostro monolocale quando a Scuola ci possiamo, invece, andare.
È, appunto, l’aula. Il nostro rifugio speciale e sicuro dove soggiorniamo per dovere ma anche per piacere: quella che prima della pandemia era un semplice luogo comunitario in cui ci si trovava al mattino per fare lezione, ora è uno spazio esperienziale d’eccellenza, se non altro perché, per le norme anti Covid, è l’unico in cui possiamo stare. Ogni classe una bolla. Ogni bolla un’aula. Ogni aula un ambiente solo degli alunni che appartengono ad una determinata classe. Un po’ come il gatto che si morde la coda. Ne consegue che, ancor più che in passato, per il tempo scuola quotidiano, viviamo praticamente sempre dentro questo spazio. 25 banchi, 25 seggioline che fungono anche da attaccapanni, 25 zaini/valigie, una cattedra stracolma di materiale, un armadio talmente stipato da non trovarci quasi più niente dentro, una postazione per il computer in non poi così tanti metri quadrati. Sembra claustrofobico eppure … non ci sta per nulla stretto, anzi, è la nostra base e, in contemporanea, un microcosmo per ogni alunno che, dentro queste quattro pareti, può contare sul proprio tavolino, un nido dove stare al riparo o decidere di volare alla scoperta del mondo come Cipì: un intero riparo a disposizione tutto per lui, la sua tana esclusiva, il suo fortino impareggiabile. Un asilo dentro la scuola, un angolo personale e privato ma all’interno della comunità. E, sopra al magico banco, una vera scatola degli attrezzi per lavorare in autonomia, magari senza disturbare e con ogni sorta di materiale a disposizione: almeno due astucci ricolmi di incredibile cancelleria per scrivere, cancellare, evidenziare, ritagliare, incollare e colorare, libri illustrati e scintillanti per accendere e nutrire la mente, quaderni variopinti con copertine plastificate, igienizzabili e trasparenti che fanno intravedere immagini di dinosauri, di principesse, di scudetti sportivi, di paesaggi da sogno. Agenda per segnare i compiti e non accampare scuse al momento di svolgerli, album da disegno per creare quadri, libro della biblioteca per vivere di sogni, eserciziari di ogni possibile disciplina…ci sta tutto, ma veramente tutto in nemmeno un metro quadrato di banchetto monoposto, rigorosamente distanziato da quello a destra, a sinistra, dietro e davanti.
Ah, ancora, stavo dimenticando i contenitori portamerenda, almeno uno a testa, ma più spesso due per non morire di fame né al mattino né al pomeriggio: anche chi talvolta scorda il quaderno a righe, state pur sicuri che il Sandwich Box se lo tiene a mente e non certo vuoto. Quanto sono belli i bambini seduti al loro posto, orgogliosi di essere lì, nel territorio al quale appartengono, sul trono magico che li rende scolari, certi che ogni loro piccola curiosità verrà soddisfatta nell’arco della giornata, sicuri che ascolteranno argomenti interessanti potendo contribuire con il proprio pensiero, risoluti, convinti e assolutamente persuasi di essere nel posto giusto e al momento giusto.
E questa certezza è una caratteristica nuova dei bambini, acquisita con la pandemia quando a tutti loro la scuola è stata strappata a ripetizione: non vogliono che succeda più e anche brevi periodi di DAD o DID sono visti come una forza nemica da contrastare, come l’antagonista delle fiabe che stanno imparando a inventare e a scrivere. È qui che vogliono stare, senza ombra di dubbio, al loro posto, al loro banco perché sanno che per ognuno c’è un banco al quale dirigersi, fieri e senza timore, ogni mattina quando entrano in aula in fila indiana, inciampando nel trolley del compagno che precede, incitando a viva voce quello davanti che cammina troppo lentamente, correndo per inserirsi nella fila se arrivano a marcia già iniziata, lasciando il buco se sono assenti e già si capisce dai primi istanti. Ed è lì che entrano, dove potrebbero arrivare anche bendati facendo finta di giocare a mosca cieca. Nella loro aula, un regno talmente reale da sembrare incantato malgrado ci troviamo nel 2022 e ci rifiutiamo di sostituirla con quella virtuale.

Barbara Mondelli