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Diario di maestra numerosa: una Pasqua asincrona

Diario di maestra numerosa: una Pasqua asincrona

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Siamo in classe, non manca nessuno. Ognuno è al proprio posto, più o meno lieto, un po’ assonnato subito alle otto, ma con tutto l’occorrente sul tavolo.
In linea di massima, ogni bimbo è ben pettinato e, soprattutto, senza mascherina, senza distanziamento, senza gel igienizzante sul banco e sulla cattedra, senza un’unica LIM per tutti (non mi ero mai resa conto che fosse essa stessa uno strumento d’inclusione) ma con davanti il proprio schermo personale: chi il computer, chi il tablet, chi il cellulare, chi la televisione. Non stiamo trasgredendo le regole e non è nemmeno un sogno, perché, in realtà, la mascherina serve ancora, eccome.
Ma non in Dad: infatti siamo sì, in classe, ma in quella virtuale che ci permette di mostrare il musino scoperto (ed è una cosa bellissima). Siamo sì tutti insieme, però ognuno a casa sua con alle spalle non le pareti scolastiche, peraltro quest’anno prive di cartelloni colorati, ma la cucina della nonna di Elisabetta, la cameretta di Simone, di Alessandro, di Samuele, l’ufficio della mamma di Marianna, il salone di Leonardo, la casa di campagna dei nonni di Mia, le tende bianche della finestra della Maestra.
Siamo entrati su Google Meet puntualissimi, anzi, in anticipo come dentro il cortile della scuola, così si può chiacchierare, raccontare quel che salta in mente, fare domande curiosone. Anche nella classe digitale bisogna aspettare il proprio turno per parlare, anzi, la mano si alza senza nemmeno fare ginnastica, basta toccare col mouse il segno del palmo sul monitor e…magia, magia, è il proprio turno per esprimersi se, beninteso, ci si è ricordati di riattivare l’audio e se, in contemporanea, l’attenzione dei compagni non viene sviata da un qualche messaggio (tra l’altro proibito) sulla chat che compare in basso a destra. Nessuno è scocciato, nessuno è assente, qualcuno è stanco e gli vedo le tonsille attraverso lo schermo quando sbadiglia, ma non credo sia noia, piuttosto dispiacere, voglia di scuola vera, insoddisfazione per la mancanza di contatto e, anche, di esercizio fisico.
Che bello che era portarsi sulle spalle uno zainetto pesantuccio, svuotarlo al proprio posto per mettere tutto l’occorrente sotto al banco, preparare colori, penne, matite e il diario davanti a sé, chiedere di andare in bagno alle 8,05 perché ci si è dimenticati di fare la pipì a casa, lamentarsi perché all’ora di merenda arrivano ancora una volta le arance e perché entra così tanta luce dalla finestra che la lavagna non si vede.
Che bello quando si legge tutti insieme alla stessa pagina e bisogna stare al segno perché in qualunque momento si può essere chiamati di andare avanti, quando si mettono in colonna le operazioni stando bene attenti perché la maestra s’aggira guardinga tra i banchi a controllare che ogni numero abbia la sua casetta nel quadretto, quando viene mal di pancia ed ecco pronto un bel tè caldo, quando è ora di educazione motoria e si salta la corda cascandoci dentro. Torneremo a farlo, forse subito dopo Pasqua.
Per ora sono tutti qui comunque i miei bambini, belli come sempre, curati ed eleganti come se fossimo materialmente a scuola. C’è Giorgia con le sue treccine, Lorenzo con la maglietta rossa, Matilde con la codina di cavallo, Amelie e Carlotta con le cuffie auricolari, accessorio fastidioso ma indispensabile per chi non è solo nella stanza.
Siamo tutti così allegri e desiderosi di lavorare che mi viene quasi da pensare, in certi momenti, che, almeno, ci evitiamo il gel sulle mani di continuo, lo spruzzo sui banchi, la penna igienizzata se la si deve prestare, le mele inserite ognuna nel suo sacchettino di carta, i banchi singoli a mensa, la ginnastica fatta solo di esercizi individuali, la fila indiana per non darsi la mano, le correzioni collettive alla LIM perché i quaderni non si devono toccare e…e… potrei continuare ma risulterebbe deprimente anche per me che vivo così la scuola da ormai sei mesi. Forse, forse, una pausa di tre settimane ha avuto anche qualche lato positivo: un po’ di nanna in più al mattino, squisitezze preparate da nonne e mamme a casa, tempo per consolidare nozioni lacunose, per leggere storie, guardare cartoni, giocare in cortile, stare in famiglia.
Come una seconda vacanza di Natale, insomma, ma in un periodo dell’anno inusuale perché non è Natale ma è Pasqua. E che Pasqua sarà? Una Pasqua in modalità asincrona? Come le lezioni che per forza di cose dobbiamo alternare a quelle on line per evitare una stanchezza eccessiva per gli occhi dei bambini? Una Pasqua che ci vede scollegati dal resto della famiglia o dagli amici che non sono necessariamente dall’altra parte del mondo ma magari solo fuori dal Comune di residenza? Eh sì, tanti bambini si collegheranno con i nonni al mattino per farsi gli auguri e poi si saluteranno ripromettendosi di aprire l’uovo di cioccolata “insieme” dopo qualche ora così come quando gli insegnanti assegnano il compito, si scollegano per un breve intervallo di tempo e poi riaccendono per la correzione. O, forse, per i più fortunati, sarà una Pasqua sincrona, in collegamento simultaneo o, addirittura, incredibile ma vero, in presenza, magari senza baci e abbracci ma fisicamente nello stesso posto. E allora, alla fine di tre settimane, di lezioni sincrone e asincrone, di connessione che andava e veniva, di registri elettronici da compilare quindici ore al giorno, di DAD che, tutto sommato, è andata anche meglio del previsto, di proposte creative per mantenere vivo l’entusiasmo, di progetti innovativi per continuare a gioire anche nelle ore digitali, di canzoni da ballare per non restare inchiodati alla sedia tutta la mattina, ecco, dopo tre settimane così, che siano state di stress o di pausa rigenerante, ora abbiamo tutti il diritto di goderci le vacanze che, per quanto corte, sono pur sempre una sosta meritata.
E, nella speranza che i contagi calino e i vaccini aumentino, ci auguriamo di tornare in classe molto presto: ma non su classroom. Perché la Scuola è un’avventura meravigliosa e i nostri bambini vogliono viverla. La Scuola è una tappa fondamentale per allenarci a vivere e la Vita vera non è digitale, on line o sui social, non è una delle varie App di cui sembra che nessuno possa più fare a meno: è un lavoro di squadra in presenza e, a pandemia archiviata, diamo l’esempio ai bambini prima che, anche questa volta, siano loro a darlo a noi.

di Barbara Mondelli