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Diario di maestra numerosa: Natale 2020

Diario di maestra numerosa: Natale 2020

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Che Natale augurare ai miei bambini? Il solito festeggiamento perché l’importante è quello che abbiamo dentro e non l’orario in cui andiamo alla Messa di mezzanotte o quante persone siedono al nostro tavolo? O dovrei fare un augurio diverso perché questo Natale non avrà nulla di simile ai precedenti che loro ricordano? Tra l’altro ne rammentano davvero pochi: a sette anni, una gran memoria degli eventi del passato è assolutamente relativa e si costruisce giorno per giorno, mattoncino dopo mattoncino man mano si vivono le cose.
Direi che, più che il ricordo, è l’attesa quella che, alla loro età, (ma non solo alla loro, pensandoci bene) è in grado di fare la differenza. E, nei giorni dell’Avvento, le sensazioni e l’atmosfera completano il quadro della solennità che, anche quest’anno, in piena emergenza Covid e in completa zona rossa, ci prepariamo, nonostante tutto, a celebrare ed onorare in un tripudio d’amore che, nei bambini (si rivelano, anche in questa occasione, migliori di noi per entusiasmo, pazienza e comprensione delle situazioni) mi sembra ancora più sentito e aspettato rispetto agli ultimi anni.
Perché è come se quest’anno non ci fosse nulla di ovvio, niente da ripetere uguale solo perché la tradizione vuole così, addirittura Santa Lucia, festa importantissima per i nostri piccoli, a scuola non si è vista: nessun dolcetto sui banchi, nessun pacco regalo collettivo sulla cattedra. Norme anticovid rigorosamente rispettate anche a scapito dei bambini, dell’affamato asinello e della stessa Santa che, qui da noi, è vissuta quasi con più magia di Babbo Natale che, peraltro, a scuola non arriva, visto che le vacanze, grazie al Cielo, coincidono con il momento in cui l’anziano signore dalla lunga barba prepara renne e slitta per partire dalla Lapponia e atterrare sui tetti delle nostre case.
Eppure, nelle nostre classi, abbiamo prodotto e respirato lo stesso un’atmosfera di grandiosità, seppure in completa semplicità, visto che di alternative non ce ne sono state date. Ma una sobrietà vera, non ricercata per obbligo o dovere. Non abbiamo preparato e allestito l’albero e nemmeno il Presepe, non abbiamo appeso cartelloni d’oro e d’argento né posizionato pacchi regalo sulle mensole per essere portati a casa all’ultimo momento, non ci sono recite pronte da rappresentare sul palco, non abbiamo banchi disposti ad isolette per fare una tombolata a gruppi, non abbiamo anche varie altre cose, tipo gli album di figurine che al momento è vietato scambiarsi ma che sarebbero un eccezionale strumento didattico per imparare la successione dei numeri grandi e le relative unità e decine.
Il Covid ci ha tolto tanto, tantissimo ma, in fondo, ci ha tolto delle cose fondamentalmente materiali di cui possiamo, anche senza troppa fatica, fare a meno e ripensare con nuove strategie E infatti i bambini non le reclamano: questo significherà pure qualcosa. È come se a loro bastasse, incredibile ma vero, venire a scuola e riuscire a restarci.
È già una festa così: rivedersi ogni mattina, non ammalarsi, imparare condividendo successi e fatiche, giocare come e quando si può, ritornare in palestra dopo settimane di divieto, ascoltare le canzoni natalizie guardando i relativi video sulla lavagna multimediale, preparare bigliettini e poesie immaginando la gioia dei genitori al momento della lettura.
Questo è l’anno in cui diamo importanza al poco, all’essenziale, ai sogni, alla speranza, alla fantasia, allo splendore della nostra vita al cospetto di chi ci è vicino, alla luce dei nostri occhi che si riflettono gli uni negli altri mentre ci cerchiamo con il viso coperto dalla mascherina, mentre correggiamo gli errori del dettato e coloriamo la capanna in cui nasce Gesù sapendo che non appenderemo il disegno da nessuna parte se non nel nostro cuore. Questo è l’anno in cui i bambini sono molto più tranquilli e desiderosi di apprendere: non corrono a destra e a manca per fare mille attività extrascolastiche (a proposito, teniamolo a mente ad emergenza conclusa). Non sono nemmeno sballottati tra nonni, zii e baby sitter ma si godono i genitori e, aspetto ancor più straordinario, i genitori si godono i loro pargoletti e li curano con attenzioni non marginali ma che, ante-Covid, spesso, non avevano il tempo di dimostrare. Ora che si rientra tutti a casa subito dopo l’orario del lavoro e ci si accorge delle necessità famigliari, i nostri scolari arrivano puntuali, sono sempre vestiti puliti, hanno fatto i compiti, non dimenticano il materiale richiesto e nei porta-merende compaiono miracolosamente merende non confezionate e addirittura sane. Se il Covid pensava di annientarci, si è sbagliato alla grande, tanto ci ha tolto (ma solo temporaneamente) e molto di più ci ha regalato (definitivamente) per Natale e non solo. Se sapremo farne tesoro, ed è un compito di noi adulti e non certo dei nostri piccoli, guadagneremo una ricchezza inestimabile e impensabile fino a qualche mese fa: la gioia di esserci, la voglia di fare squadra per saltarci fuori all’unisono, la forza di riuscire a vincere con poteri dimenticati come il non essere di corte vedute, il non fermarsi alle apparenze, il non darsi per vinti mai, il risolvere i problemi confrontandosi, l’impegnarsi a fondo in tutto ciò che si fa, il dare il meglio di sé al di là dei risultati, il cercare appoggio e aiuto negli altri per sorreggersi a vicenda.
Questo è quello che stiamo portando avanti a scuola, quello che viviamo, quello che impariamo e generiamo poi nelle nostre case. Questo è il nostro dono di Natale, anche meglio degli addobbi luccicanti, dei pacchi regalo che si scartano e dei mille impegni natalizi e frenetici di cui, nessuno, in fondo, sente la mancanza. Bambini belli, siate le stelle luminose di questo Natale, a qualunque ora cenerete la sera della Vigilia, in videochiamata con i nonni a distanza, sul divano davanti al film che non è possibile vedere nella multisala del cinema, abbracciati al cuginetto che, invece, può venirvi a trovare, al telefono con una persona cara che trascorrerà le feste in un letto d’ospedale.
Sia il vostro cuore il Presepe che non abbiamo preparato in classe e sia ognuno di voi il Bimbo nella mangiatoia perché siete proprio voi, in questi mesi, che state insegnando a noi il nostro mestiere di adulti.
Buonissimo Natale, dunque.

di Barbara Mondelli