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Diario di maestra numerosa: la festa del papà

Diario di maestra numerosa: la festa del papà

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E, tra il dispiacere della scuola che nella nostra regione sta per chiudere secondo un copione già vissuto e l’effimera speranza di ricominciare ad intravedere un minimo raggio di luce dopo un anno di pandemia, tra mattinate vissute, nonostante tutto fino a ieri, come un’incredibile opportunità e pomeriggi trascorsi senza correre in veste di forsennati a nuoto, chitarra, inglese, teatro e Kung-fu, si avvicina il 19 Marzo, Festa del papà. Bisogna essere preparati: non è mica una solennità qualunque, né, tantomeno, esclusivamente commerciale.
È, prima di tutto, San Giuseppe, simbolo di tutti i padri della Terra… come si fa a non celebrare questa ricorrenza importantissima per ogni bambino? “Mio papà, ti ringrazio perché mi prendi a scuola e scusa, papà mio, se ti rispondo male: tu sei sempre così coraggioso e buono e sei così carino, mi fai compagnia e ci divertiamo tanto insieme” ha scritto un bimbo nella sua letterina per il papà. “Caro papà, tu sei così affaticato e lavoroso che io ti ringrazio perché mi coccoli di notte” scrive un altro. “Sei il papà migliore del mondo, sei sempre al mio fianco, anche quando non ti rispetto”, un altro ancora.
Ho conosciuto, ormai, dopo decenni di scuola, centinaia di papà. Papà teneri, papà mammi, papà padroni, papà Barbapapà, papà insopportabili, papà seri seri, papà assurdi, papà divertentissimi, papà pesanti ma così pesanti che è fin difficile spiegarlo, papà criticoni, papà family man (i miei preferiti), papà collaborativi, papà succubi, papà indifferenti, papà ansiosi, papà diseducativi, papà pazienti, papà frustrati, papà simpaticissimi, papà sempre assenti, papà esemplari, papà tutti d’un pezzo, papà di tutti tipi. In una parola, PAPA’, sempre e comunque, speciali.
Ognuno a modo suo, ognuno come ha potuto, ognuno adorabile per il proprio bambino, ognuno il più migliore del mondo. Sono anche sane presenze nel mondo della scuola, i veri papà, i papà veri insomma, non so bene come sia meglio dire, se prima il nome e poi l’aggettivo o viceversa. Ma non importa ora procedere con l’analisi grammaticale, quello che mi sta a cuore è che, nel corso degli anni, mi sono accorta che i papà in gamba sono ottimi, per esempio, come rappresentanti di classe: sdrammatizzano ogni minuscolo problema che noi donne, mamme, maestre o entrambe non fa differenza, ingigantiamo fino a farne questioni di stato perché di ogni cosa rischiamo di farne un dramma. Non so se me ne sono avveduta solo io, ma a loro il dilemma entra da una parte, esce dall’altra e tutto è magicamente risolto. Che dire delle chat di WhatsApp dove le mamme si strappano le vesti? I signori papà neanche vedono il messaggio, ce ne sono così tanti che proprio non possono starci dietro e, infatti, neanche ci provano. Ma beati loro quanti in più ce ne vorrebbero! (Di papà in gamba, non di aberranti chat, è ovvio).
La scuola è un mondo ancora troppo femminile e la presenza virile di padri, maestri, educatori, collaboratori scolastici, operatori comunali è imprescindibile: se sono uomini coraggiosi, competenti, corretti, efficienti, coerenti, fermi e severi al punto giusto, GLI SCOLARI DI TUTTE LE ETA’ LI ADORANO. E come dar loro torto? Anch’io, se hanno queste caratteristiche, lavoro benissimo con i colleghi uomini: con noi buttano lì una battuta divertente, ci facciamo due risate e andiamo avanti, con i bambini si fanno pure una partitella di calcio e sono osannati fino alla fine dei loro giorni. E poi sono, spesso, più obiettivi: hanno uno sguardo più distaccato che non guasta (quasi) mai. Papà è la mia parola preferita per spiegare l’accento ai piccoli di prima e seconda e quando scrivono “il mio papa cucina la pasta con le zucchine” mi congratulo con loro “ah, ma allora il tuo papà, in realtà, è Papa Francesco???” Mi guardano in un primo momento allibiti, poi capiscono l’omissione e non si dimenticano più il fatidico segno sulla vocale finale.
Papà con gli zaini dei figli sulle spalle, a volte anche tre cartelle in contemporanea e le relative piccole pesti avvinghiate alle gambe o tenute strette da una ferma mano sul collo, papà davanti a scuola in attesa che il portone si apra e il pargoletto gli voli tra le braccia, papà interessati a presenziare ai colloqui con le insegnanti e orgogliosi dei progressi del nanetto che finalmente riesce a contare senza utilizzare le dita, papà curiosi di quello che succede a scuola ed emozionati per una buon risultato nella verifica, papà armati di santa pazienza che fanno i compiti con i loro bambini, papà che scelgono un film da guardare tutti insieme sul divano al sabato sera e lasciano una sensazione di tepore così forte che sarà la prima cosa che i loro figli raccontano alla maestra il lunedì mattina.
Abbiamo scritto in un cuore di cartoncino le parole buone per il papà: forte, intelligente, coraggioso, bravo, bello, energico, gentile, saggio, amorevole”.
Abbiamo imparato una poesia che si intitola Papà, fermati un momento, fermati ad ascoltarmi.
Abbiamo costruito un regalo utilizzando materiali di recupero e ne sono usciti dei capolavori, abbiamo ritratto ognuno il proprio papà disegnandolo con davanti una foto vera e sono nati dei quadri.
Abbiamo scritto, appunto, una lettera. Un vero e proprio epistolario: ognuno la sua letterina, ognuno diversa, ognuno per il proprio papà ma tutte, davvero tutte, con una frase simile, non certo dettata da me: papà, grazie, perché ci sei, perché stai con me, perché mi vuoi bene. Che significa: papà, non lasciarmi mai, tienimi sempre per mano, fammi sentire che mi proteggi. Papà tutti, i bambini chiedono che siate sempre meravigliosamente presenti come in questi ultimi mesi, ormai un anno, di reclusione forzata in cui, per forza di cose, molto altro non si poteva fare.
Si riuscirà ad invertire la rotta anche nel futuro, anche quando non saremo più obbligati a stare così tanto tempo in casa? A distanza col resto del mondo, meravigliosamente presenti con i nostri bambini. Del resto, in una letterina che, guarda caso ho corretto per ultima, una piccola settenne scrive:” TI RINGRAZIO, PAPA’, PERCHE’ MI AIUTI AD AFFRONTARE LA VITA”.
Qualcosa vorrà pur dire.

di Barbara Mondelli