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Diario di maestra numerosa: cerchiamo di andare avanti

Diario di maestra numerosa: cerchiamo di andare avanti

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18 ottobre, data in cui scrivo, siamo in attesa di nuove disposizioni. E’ tutto molto incerto ma, ad oggi, possiamo parlare di un primo, importantissimo traguardo raggiunto: un intero mese a scuola in presenza (e non si può negare che non ci avremmo scommesso più di tanto). Ci sono, sì, classi in quarantena e varie altre se ne aggiungeranno, senz’altro, nei prossimi giorni. È inevitabile, considerando come sta salendo il numero dei contagi. Ma i fatti non sono solo questi, o meglio, guardiamone anche altri, quelli che, almeno fino a questo momento, la maggior parte di noi ha vissuto. Siamo andati a scuola, andiamo a scuola, andremo, speriamo, a scuola e non ci tiriamo indietro, malgrado la paura dell’epidemia, la scomodità della mascherina, il respiro che manca per il senso di soffocamento dato dalle restrizioni, l’incoerenza di tante situazioni quotidiane e l’assurdità di altrettante altre che ci farebbero venire voglia di mandare tutto a quel paese.
La vita in classe è diversa da quella che avevamo sempre vissuto e nessun bambino ha ritrovato la scuola che si ricordava. Le regole da rispettare hanno modificato, anche e soprattutto, il nostro approccio alle relazioni tra colleghi, tra compagni, tra insegnanti e alunni, tra docenti e genitori (contattabili solo da remoto).
Classi in fila indiana e bambini non più a coppie per mano (com’erano belli…ma non ce ne rendevamo conto!), ingressi separati, orari scaglionati, banchi distanziati con o senza rotelle poco importa, merende incelofanate e guai a chi tocca per sbaglio quelle degli altri, zaini in certe classi sostituiti da cartelle di plastica igienizzabili, pareti senza cartelloni appesi sui muri scrostati che, ben lontani dall’essere una gioia per gli occhi, diventavano almeno allegri e stuzzicanti con affissi i disegni colorati dei bambini. Rispettare le regole sanitarie è doveroso ma faticosissimo ed ecco che sulla cattedra, invece dell’abaco con le palline delle unità blu, delle decine rosse e delle centinaia verdi, invece delle pile di quaderni pronti per essere corretti, al posto della scatola di penne, matite, gomme, temperini persi, troneggiano ora lo spray idroalcolico, il gel disinfettante e un bel pacchetto di salviettine umidificate pronte per ogni evenienza.
Scritto e raccontato in questo modo, il tutto è leggermente inquietante. Eppure, con tanta buona volontà, può non essere solo così. E infatti non lo è nella nostra realtà di giorni che si stanno, fortunatamente, continuando a susseguire: nella mia classe ci facciamo un baffo di tutto ciò. Non certo perché non siamo ligi alle regole dettate dall’emergenza sanitaria in corso, anzi, ci mancherebbe altro, siamo rigorosissimi nel rispettarle, alunni e maestre. E, a onor del vero, devo ammettere che dove e quando pecco io, i bambini mi ricordano immantinente cosa devo fare: “Maestra, la mascherina!!!”, “Maestra, la finestra!!!”, “Maestra, l’Amuchina”!!!, “Maestra, è l’ora del nostro turno per l’intervallo in cortile”!!!
E’ fondamentalmente, il buon senso che ci guida: ognuno ha il proprio materiale, ma se a un nanetto manca la matita, non lo lascio a guardare per aria, igienizzo la mia e gliela presto, se ad un altro manca il libro, lo mando dalla bidella con il mio eserciziario passato con la salviettina e mani pulite e disinfettate fanno le fotocopie. Per chi non ha la merenda, ce n’è una di scorta nell’armadio, confezionata e perfettamente identica a quelle che chiunque tocca sugli scaffali del supermercato. Se i ragazzini sono seduti al banco ad un precisissimo metro di distanza boccale, con finestre e porte spalancate, togliamo la mascherina. A volte l’aria è freddina e verrebbe da chiudere tutto ma meglio il classico mal di gola da raffreddamento che il Covid preso in classe per aver respirato germi e sternuti.  I compleanni non si possono festeggiare? Forse non nel modo classico con torta e candeline, ma il settenne in questione è il protagonista del giorno: sceglie una canzone, propone un gioco fattibile, viene eletto vice-maestro, diventa capofila anche se, per cognome, non è il primo dell’alfabeto, insomma, ci si salta sempre fuori, con quella semplicità e sobrietà che non guastano mai. Non si può cantare? Però fare movimento con la musica e bocca e naso mascherati, sì. La scuola c’è e c’è in presenza.
Sta a noi trasformare un ambiente che in questo momento rischia di essere scambiato per un asettico ospedale, in un posto speciale con i super poteri. Fermarsi adesso provocherebbe ulteriori atteggiamenti di sfiducia e paura verso il futuro, non solo non farebbe bene ai nostri bambini, ma causerebbe gravi danni anche a noi adulti che, inevitabilmente, li trasmetteremmo a loro (e l’abbiamo già fatto abbastanza). Io per prima non voglio, in nessun modo e per nessun motivo, rinunciare alla mia giornata scolastica: continuerò a fare lo sforzo di vivere col volto avvolto dalla mascherina che odio, di strofinarmi il gel 500 volte in cinque ore, di disinfettare i quaderni ogni volta che li prendo in mano, di distribuire le merende date dalla scuola come fossero bombe a mano. In cambio, potrò ancora radunare i miei bambini nel cortile della scuola ed essere abbagliata dalla luce ridente che emanano tra la mascherina e la cuffia nell’unica parte di volto che hanno libera. Potrò ascoltare dal vivo e non attraverso uno schermo il racconto del dentino caduto durante la cena precedente e del gattino scomparso e poi magicamente ritrovato dentro la scatola dei medicinali nello sgabuzzino.
Potrò fare le foto alla mia squadra che pratica educazione motoria rigorosamente all’aperto perché la palestra è diventata aula-Covid, aiutare a trovare pag 74 chi non ci riesce perché finora abbiamo fatto le decine solo fino alla 50, potrò girare tra i banchi ben mascherata come una bandita che vuole scassinare uno zaino, per controllare eventuali errori nel dettato di parole difficili, errori che, ovviamente, correggerò con una fiammante, intoccabile ben igienizzata penna rossa. Potrò accompagnare la mia ciurma in giardino nell’orario e nello spazio a noi assegnato per la ricreazione e potrò controllare chi corre anche se ha il divieto di farlo sulla parte cementata, chi inciampa e si sfregia il naso, chi si appende ai rami come Tarzan nella giungla, chi tira fuori di nascosto le figurine che sono vietate e prova a scambiarle, chi esce dallo spazio consentito come un fuggitivo dalla prigione. Facciamo ginnastica nel prato sotto al sole, scienze nel frutteto della scuola, progetto di lettura sotto un platano gigante, educazione civica tutto il santo giorno rispettando ogni regola, musica con una serie di attività basate sulla coordinazione del corpo e sulla pulsazione. Cerchiamo di rinventare la scuola e arriviamo dove possiamo: bambini disabituati da tanti mesi a casa hanno bisogno, prima di tutto, di sentire gli insegnanti in sintonia con i loro bisogni e le loro paure.
È questo il messaggio più importante in questo momento: facciamo in modo di avere bambini sereni a scuola e il resto, in un modo o nell’altro, lo risolviamo.

di Babara Mondelli