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A Egle e Mario Sberna il premio «Due cuori e una tribù»

A Egle e Mario Sberna il premio «Due cuori e una tribù»

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Quarant’anni fa la ginecologa disse loro che, con buona probabilità, non avrebbero mai avuto un figlio. Ma la medicina (per fortuna) non è una scienza esatta e, in 37 anni di matrimonio – festeggiati ad aprile – Mario Sberna ed Egle Castrezzati di figli ne hanno avuti non uno, ma sette, tra naturali, adottivi e in affidamento: in ordine cronologico «il generoso Francesco, l’esuberante Daniele, la dolcissima Marialetizia – oh principessa, mia principessa – la tenera bambolina Aurora, il buonissimo Nico, il simpatico Emanuel, il (terremoto!) Sergio».
Mario ed Egle sono nati a Brescia, dove abitano nel quartiere La Famiglia (omen nomen). Lui, dipendente della curia bresciana, festeggerà i 62 anni lunedi 19 settembre, lei, già assistente sociale oggi in pensione, la stessa età a marzo del prossimo anno.
Questa domenica – alla basilica dell’Osservanza a Siena – hanno ricevuto il premio «Due cuori e una tribù», un’ opera in marmo realizzata dallo scultore pisano Andrea D’Aurizio, in occasione della festa toscana delle famiglie numerose.
La loro storia è raccontata da Andrea Bernardini sul quotidiano Avvenire uscito questa mattina.
Una significativa ed impegnativa esperienza di servizio missionario in Brasile, dieci anni di volontariato nel Centro di aiuto alla vita di Brescia, la corresponsabilità dell’ufficio diocesano di pastorale familiare. Mario ed Egle sono tra i soci fondatori dell’Associazione nazionale famiglie numerose «avvenuta – ricorda Mario – nel 2004 quasi per caso, di fronte ad un banco del pesce del supermercato, quando mi incontrai con Enrico, altro papà di prole numerosa».
Nel 2013 gli amici dell’associazione lo convinsero a candidarsi alla Camera dei Deputati. Ma in quattro anni non ha mai dimenticato le sue origini. Presentandosi in parlamento con i sandali. Rinunciando a 8/10 del suo stipendio – e trattenendosi le 2.500 euro al mese che guadagnava prima di entrare in politica – e devolvendo tutto il resto alle famiglie che non riuscivano ad arrivare a fine mese. Chiedendo ospitalità ad una congregazione religiosa ed assumendo una collaboratrice suora. Battendosi come un leone per ottenere un fisco a misura di famiglia, spesso come un don Chisciotte contro i mulini al vento. E subito dopo «rientrando nei ranghi» della società civile, mettendosi di nuovo al servizio della diocesi di Brescia.
Nelle loro scelte di vita sono sempre stati accompagnati dalla fiducia nella provvidenza, che sempre arriva quando meno te lo aspetti. Non era così, all’inizio della loro vita di coppia.
«All’inizio, appena innamorati, Dio non esisteva proprio nei nostri discorsi, ci era, per così dire, indifferente – confida Mario – Avevamo noi stessi, i nostri volti, i nostri sorrisi, i nostri baci e tanto ci bastava. Ma poi, pian piano, abbiamo iniziato timidamente dapprima e poi sempre più esplicitamente, a chiederci a vicenda ragione della fede che avevamo imparato dalle nostre famiglie e che non professavamo». «Parlando tra noi o, meglio, lasciando parlare Lui in noi, abbiamo cercato di dare un senso alla nostra esperienza di giovani innamorati. Cosa volevamo costruire insieme? Dove voleva sbarcare questa innamoratissima coppia di vent’anni? Una piccola esperienza di qualche giorno in uno splendido eremo, consigliataci da un prete col quale ci stavamo confidando (c’è sempre un mistico alla base di ogni conversione: Dio ci incontra per mezzo di altri suoi servi, docili alla sua Parola), ci ha permesso per la prima volta di lasciare entrare Qualcuno fra noi due. Scoprivamo di essere sempre stati amati, desiderati, accolti». «È stato allora – osserva Mario – che abbiamo preso davvero coscienza del sacramento che avremmo celebrato dopo qualche tempo: il nostro amore era espressione dell’amore di Dio e come tale non poteva restare ristretto ai nostri due angoli ma doveva accogliere l’altro angolo, cioè Dio e quindi i fratelli. Da questa consapevolezza è nato il desiderio che il nostro matrimonio avrebbe dovuto necessariamente fondarsi sul dono».
Mario ed Egle hanno conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia all’istituto pontificio Giovanni Paolo II dell’Università Lateranense di Roma. Acquisendo quelle competenze che sono servite loro nella relazione tra amici, nella loro parrocchia, in diocesi.
Mano nella mano, sempre insieme, nella buona e nella cattiva sorte. Una storia d’amore, generatrice d’amore.