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Premio Fernanda Guariento Alla memoria di Emanuele Marin ad un Anno dalla...

Premio Fernanda Guariento Alla memoria di Emanuele Marin ad un Anno dalla sua scomparsa

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Un anno fa, il 20 ottobre 2015, dopo un mese di atroci sofferenze a seguito di una lunga malattia, è venuto a mancare il nostro amico Emanuele Marin, sposo di Michela e padre di 4 perle preziose Annachiara, Sara, Francesco e Benedetta.
In occasione della consegna del premio istituito dalla nostra parrocchia e consegnato il 25 settembre ai familiari di Emanuele, l’assistente diocesano AC Don Enrico Piccolo ha espresso alcuni pensieri che vogliamo condividere con voi per tenere vivo il ricordo di un caro amico, un fratello, un testimone e apostolo di bene.
Durante la cerimonia è stata presentata una pubblicazione, che sintetizza attraverso le testimonianze del vescovo Claudio Cipolla, del parroco don Orlando Zampieri e di tutti gli amici più cari la vita di Emanuele. Chi fosse interessato, la può richiedere per averne una copia gratuita.

Buona lettura.

Giuseppe e Elena

 

San Girolamo – Este 22 Settembre 2016

Io sono il meno indicato per un lavoro del genere: non so se di mio o per la botta in testa, ma la mia memoria lavora come un frullatore e perdo tutti i dati…Però l’insistenza di don Orlando e l’affetto per Emanuele e per la sua famiglia mi hanno fatto accettare.

Ho cercato un’idea attorno alla quale costruire questa semplice presentazione e me l’hanno offerta Michela e i ragazzi durante l’ultima cena a casa loro qualche settimana fa.
Emanuele, con il suo spirito da ingegnere, era innamorato della spirale, della sua formula scientifica e della sua portata simbolica, tanto che più di qualche sussidio diocesano dell’AC, dove lui ci ha messo le mani, porta in qualche angolo il disegnino della spirale.
Senza presuntuose pretese, vorrei dire che ha preceduto papa Francesco: questi ha superato la classica idea della perfezione del cerchio con quella più realistica del poliedro (EG), Emanuele anni prima con quella più evocativa della spirale.
Io uso questa immagine per costruire questa specie di storia, quasi contrapponendomi ancora una volta a papa Francesco: non vado dal centro alle periferie della spirale biografica, ma dalla periferia al centro, o meglio verso la ricerca del cuore, del centro pulsante della vicenda di Emanuele.
spirale

La prima data, all’estremo più vicino della spirale, è quella della sua morte, il 20 ottobre dell’anno scorso, 2015: ci avviciniamo all’anniversario e sembra ieri, ma sembra mancarci da una vita.
Quella morte, il capezzale di quegli ultimi giorni in cui il male si è accanito e la situazione è precipitata, e poi la veglia e il funerale e la sua casa sono stati il centro del paese, della comunità, perché lì tutti, di Meggiaro e della diocesi, lì siamo passati, lì abbiamo lasciato il cuore e le lacrime, una preghiera e un urlo lacerante a Dio, nel dolore straziante di quella perdita.

L’altra data, all’estremo opposto e più distante, è quella della sua nascita: il 9 ottobre 1957 (aveva 3 mesi più di me, anche se si conta un anno!). Nasce a Parma, per volere della nonna materna, nobildonna di quella città, che si fida più delle ostetriche locali che di quelle estensi. Ci sarebbe tutta la storia dell’incontro tra mamma Guglielmina, appunto di Parma, divenuta maestra a Calaone, e papà Enrico, di questo colle, ma ci vorrebbe la bravura di Fogazzaro…
Sta di fatto che, al di là di questo episodio momentaneo, Emanuele è estense a pieno titolo, e di Meggiaro fin dai primi vagiti della parrocchia.

La spirale gira e torniamo vicini a noi. Nel 2006 e 2007 c’è l’avvicendarsi dell’assistente diocesano adulti di AC: da don Massimo Draghi a me. Nel passaggio delle consegne c’è anche l’affidamento di un nome buono, sicuro per la vice presidenza adulti diocesana: Emanuele Marin. È forte di numerose collaborazioni, di campi scuola diocesani e sussidi, ma soprattutto di un’esperienza formidabile: fin dal 2005 (mi pare) nasce il “laboratorio” formato dal campo diocesano, dal cammino di incontri dell’anno associativo successivo nel gruppo famiglie di Este e dal sussidio diocesano che ne viene fuori, scritto in buona parte da Emanuele, che sarebbe diventato la proposta formativa di Padova per tutta l’AC diocesana dell’anno seguente. Questo è durato per almeno 5 o 6 anni. Una proposta vissuta, collaudata, garantita nel funzionamento, fin da subito con la formidabile intuizione che ci voleva qualcosa che – con lo stile e le attenzioni dell’ ACR – coinvolgesse anche i figli nel medesimo percorso, così da incrociare spesso le strade e le esperienze. Alcuni titoli? Testimoni di vita (2005-2006), Fraternità e Fraternità famiglie (2006-2007), Ma per carità e Osiamo dire (2007-2008), Accompagnare verso il bene comune e Terra di famiglia (2008-2009), Occhio al lavoro e Tessiamo il nostro stile (2009-2010), La nostra mensa quotidiana (2010-2011). Mi fermo qui…
Sempre nella medesima curva dell’ellissi, ancora vicina a noi, ma più verso il centro, troviamo il 18 giugno 2010: il primo manifestarsi del male. Pareva impossibile, non vero. Però gli esami erano chiari e drammatici. Noi da Padova si pensava «Sì, ma vedrai che ne viene fuori, che i medici, le terapie… non è possibile che Emanuele… Non lui…». Così sono cominciati i viaggi di calvario e di speranza allo IOV e in cento altri posti. Soprattutto a Padova Emanuele era diventato un personaggio, una “potenza”, stupefacendo i medici con la cura con cui prendeva nota di tutti i suoi referti e dati medici, facendone venir fuori tabulati e grafici degni proprio di un ingegnere, anche lì!
E non ha mai mollato! In quel 2010, dopo le prime terapie, in agosto è venuto al campo diocesano, a Meida, con la ciambella sotto il sedere per alleviare i postumi del primo intervento, ma non ha fatto un passo indietro. Il suo motto era «Se il male fa il suo corso, io non voglio rinunciare al mio, e vediamo chi è più cocciuto»!
Cinque anni così, e le estati erano sempre il periodo più critico: quando sembrava una fase buona, il male assestava un altro colpo micidiale. Tre interventi, uno più pesante dell’altro, ma mai dargliela vinta!
In quel 2011 finiva il suo primo triennio diocesano, ma noi in AC non lo abbiamo voluto lasciare. «Emanuele, se tu ci stai, noi ti veniamo incontro e ti aiutiamo». Così per il successivo triennio l’equipe di settore si è spostata a casa Marin, qui a Este. Ogni 15 giorni una discesa, un lavoro di 2 buone ore in 4 in salotto e poi tutti a cena di sopra, con Michela che allungava il tavolo e faceva trovare il ben di dio secondo i gusti di ciascuno, compresi i carciofini per l’assistente.
E finito il triennio diocesano, mentre il male si faceva più insistente, pesante, in una situazione di emergenza per Este, si è pure reso disponibile, in contumacia, a fare il presidente vicariale. Casa Marin era ancora al centro dell’associazione! Fin quando ha potuto ha dato tutto.

La curva della spirale ci proietta dall’altra parte, ad anni relativamente più lontani, ma che convergono al centro. Agosto 1990 un campo vicariale a Bressanone: nell’elenco dei partecipanti, in ordine alfabetico Marin e Molon sono inevitabilmente vicini. Metti poi che in quel campo lui si rompe i legamenti del ginocchio… a lei tocca guidare l’auto di lui. Non ti dico quanto salutari sono per la riabilitazione del ginocchio i giri in bici da Meggiaro a Ponso!
Dicembre: «Mamma, perché non posso invitare alla cresima di mia sorella Chiara anche Emanuele?». Le donne! E lui ci casca e in quell’occasione c’è la dichiarazione!
Le GMG sono un buon corso fidanzati: ‘91 Częstochowa, ’93 Denver. Aggiungete nel ’92 il campo a Taizé e poi l’incontro europeo invernale di Taizé a Vienna… E poi non so quanti corsi tenuti per i fidanzati, giornate e week end di spiritualità…
La frittata è il 18 settembre 1993: chiesa della cesazza di Ponso, con liturgia presieduta da don Tarcisio Favaron: Michela ed Emanuele sono sposi! Viaggio di nozze? Taizé! Ma non è possibile…La consegna personale di fratel Roger Schutz: «Cristo risorto sia la vostra comunione».
Da lì solo una cascata di date: 25 settembre 1994 Annachiara, 21 gennaio ’96 Sara, 17 giugno ’97 Francesco, 27 settembre ’99 Benedetta. È una cascata di perle!

Gli appunti presi con Michela l’altra sera hanno ancora tre facciate, ma credo che la spirale, sballottandoci di qua e di là, ci abbia portato al centro, al cuore di Emanuele. Provo a decifrarlo.
Innanzitutto la sua famiglia, le sue perle. Forse appare come un uomo di altri tempi: romantico alla Fogazzaro con la sua Michela, esigente e dolce come una torta ai 7 veli di Biasetto con i ragazzi. Una dedizione totale, incondizionata, perché frutto di un amore smisurato, fin quasi infantile, e insieme responsabile e lungimirante.
Poi l’AC, di cui don Orlando è la miccia iniziale. Emanuele non ha lavorato per l’associazione, non l’ha servita, neppure da vice presidente diocesano. L’AC era parte di sé, era il suo stesso stile; la sua vita era quasi un tutt’uno con il Progetto formativo, ma anche con i campi o l’adesione o il cammino assembleare… Eppure l’AC non è stata un assoluto, ma il migliore strumento a disposizione per essere un uomo della chiesa, della chiesa diocesana che amava profondamente, della chiesa di Gesù Cristo, che venerava quasi con soggezione.
E infine la fede. La fede di Emanuele non era una parola, un concetto astratto; era la fiducia riposta in Gesù, fratello e salvatore. A lui affidava le cose sue più preziose: i figli e la moglie, gli amici tutti, l’associazione, la comunità cristiana, la sua stessa vita. Perché di lui c’era da fidarsi, anche quando le cose andavano storte, anche quando il male chiaramente stava vincendo. Anzi, proprio allora c’era da fidarsi di Gesù, c’era da affidare a lui quelle cose preziose che gli si stavano sfilando dalle dita, ormai senza forza.

Ora premiamo Emanuele, ponendo il trofeo nelle mani di questi che egli ha lasciato affidandoli al Signore. Ma lasciate che vi confidi: Emanuele è già per me uno dei premi più belli che il Signore stesso mi ha dato, in questi anni in AC.

don Enrico Piccolo – assistente diocesano AC Padova