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Partire dalla famiglia per vivere la nonviolenza e costruire la pace

Partire dalla famiglia per vivere la nonviolenza e costruire la pace

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Il messaggio per la pace del primo gennaio 2017 offre numerosi spunti di riflessione sul tema della violenza, della giustizia e delle relazioni umane. In un mondo dilaniato da una “guerra a pezzi” appare quanto mai opportuno che vengano offerti autorevoli contributi in grado di proporre itinerari percorribili verso la pace. Papa Francesco (con il coraggio, la chiarezza e la lucidità che tutti vorremmo anche dai nostri politici) ci parla di nonviolenza come stile di vita e come strumento concreto per la soluzione delle tensioni internazionali. Nonviolenza come una fonte alla quale ognuno può attingere, come modalità che può dar forma alle nostre azioni ed alle nostre relazioni, trasformandole e rinnovandole dal profondo: è dal cuore che tutto parte, lo sappiamo bene. Colui che viene considerato il padre della nonviolenza moderna, il mahatma (grande anima) Gandhi, preferiva l’utilizzo del termine satyagraha per indicare il metodo di colui che cerca la forza della verità senza ricorrere alla menzogna o alla distruzione dell’altro, per cui la nonviolenza è il mezzo e la verità il fine. La violenza come legge della giungla all’opposto della nonviolenza come legge dell’umanità e della ragione. Nel messaggio il Papa cita altri testimoni che in diverse epoche e aree geografiche hanno generato frutti di pace ricorrendo ai mezzi di lotta nonviolenta (lo studioso G. Sharp ne ha classificati bene 198). Anche l’Italia può annoverare figure altamente significative in questo tipo di approccio: don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, Aldo Capitini, Danilo Dolci per citarne solo alcuni. Se è vero che i modelli di intervento basati sull’azione nonviolenta hanno più volte dimostrato la loro efficacia, va anche ricordato che una visione parziale, potremmo dire non ecologica e non integrale della nonviolenza, forse ridotta a mera tattica, rischia di portarci fuori strada, in una sorta di pacifismo utopico e idealizzato, facile preda di ideologie che alla fine svelano i propri limiti in termini di scarsa coerenza o di una confusa concezione della dignità dell’uomo. E’ in tal senso eloquente come nel secolo scorso, una parte della sinistra italiana abbia difeso gli obiettori di coscienza al servizio militare ed abbia contemporaneamente sostenuto la liceità dell’aborto: un’evidente contraddizione, come per una certa destra che si opponeva all’aborto, ma allo stesso tempo sosteneva la pena di morte. Oggi abbiamo chi dichiara una scelta nonviolenta e sostiene le proposte di legge che vogliono introdurre anche da noi l’eutanasia. La nonviolenza autentica è zoppa se disgiunta da una adeguata e solida antropologia; per il credente questo significa poterla inquadrare nella visione dell’uomo che Cristo ha portato e che passa attraverso la via della croce, delle Beatitudini e dell’amore per i nemici (Mt 5, 43-44). Il teologo Bernhard Hӓring definì la nonviolenza come “il dono più grande che ci ha fatto Cristo redentore del mondo”. Nel 1986, in pieno periodo di guerra fredda, l’allora arcivescovo della diocesi di Udine Alfredo Battisti intervenne con la coraggiosa lettera pastorale “Una Chiesa profetica per la pace nel mondo” proponendo la nonviolenza come caratterizzante “il modo di pensare e di agire del cristiano”. Anche il teologo friulano don Rinaldo Fabris, più che apprezzato biblista, scrisse in quegli anni pagine molto interessanti in proposito.

Nel messaggio di papa Francesco si richiama l’importanza di un processo educativo che permetta il radicarsi della nonviolenza nel cuore dell’uomo, e questo può avvenire solo se si incomincia dalla famiglia. E’ vero infatti che nella famiglia – come fosse un crogiolo – si può sperimentare la nonviolenza nel concreto della vita quotidiana, tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli, nelle relazioni parentali e quindi comunitarie. Vivendo in un clima di fiducia, dono disinteressato, apertura e perdono, in quella che il pontefice chiama “etica di fraternità”, si generano famiglie solide e serene. E le famiglie numerose, ancor di più, si possono considerare veri laboratori di pace e convivenza, grazie alla capacità che sviluppano nell’evitare le degenerazioni nella violenza attraverso queste ‘armi speciali’: la pazienza, l’ascolto, il confronto giornaliero e – di necessità virtù – la capacità di mediare e trovare soluzioni concrete tra le diverse esigenze di tutti, grandi e piccoli, buoni e meno buoni, forti e deboli, ricchi e poveri (in tutti i sensi), senza escludere mai nessuno. Famiglia numerosa come scuola di pace quotidiana.

Dalla casa alla vita politica, dalla famiglia alla comunità, dal privato al pubblico, dal micro al macro: ecco un percorso virtuoso che poggia su un’ecologia integrale. La pace autentica si potrà allora costruire mediante la nonviolenza attiva e creativa in grado di prendersi cura delle relazioni umane e della casa comune che è il mondo.

Cinzia e G. Marco Campeotto
coord. ANFN provincia di Udine

Rivignano, 13 gennaio 2017