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Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell’agnello

Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell’agnello

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Dopo i due successi letterari “Sposala e muori per lei” e “Sposati e sii sottomessa” , 80 mila copie vendute solo in Italia, Costanza Miriano torna alla ribalta con un nuovo libro, “Obbedire è meglio” (Ed. Sonzogno, 15, euro). E coglie di nuovo nel segno, considerata la ristampa di 5000 copie dopo la prima tiratura di 8000.
Occorre ammetterlo: la Miriano è, di certo, una brava scrittrice. Simpatica e scanzonata. Ma anche una brava giornalista, oltre ad essere una quadrimamma e una moglie innamorata. E non solo.
E’ anche, ed è quello che più mi piace, una credente sfegatata di Dio, con il desiderio innato per la predicazione. E ha tanti buoni amici, con cui ha creato la “Compagnia dell’agnello” di cui parla in questo libro. Che uno lì per lì vorrebbe anche farne parte, ma poiché la nostra romanziera mette poi (a buon fine, ovviamente) nero su bianco, ogni piccola confessione, pelino nell’uovo, fatica, rinascita, delle persone citate (“anche se i nomi e i connotati degli amici sono diversi per non essere” – dice – “riconoscibili”) come si fa? E, allora, forse meglio leggerle le storie.
Sono tante, tutte belle. Come quella in compagnia di Teresa, di Marta, di Francesca Romana, di Sara, di Cristiana e Marina, di Lucia, di Angelo, e anche del marito. Tutti eroi della vita quotidiana, che finiscono per assomigliare all’agnello di Dio, per eccellenza, che è Gesù. Lui, certo (per chi è di religione cristiana, almeno) resta il Maestro, eppure Costanza ha la sua teoria: nell’obbedienza non solo a Cristo, ma anche alla vita, alla famiglia e al proprio ruolo nella società, sta la regola. Mentre la trasgressione porta all’infelicità. Di qui, l’inno alla fedeltà per il proprio coniuge, al qui e ora che ti richiedono i figli, alla madre chiesa, e l’invito alla conversione dei cuori. Perché essere obbedienti, non significa per Costanza “essere passivi né tanto meno scemi”, ma attivi seppure in modo docile al posto di combattimento che ci è stato affidato; “spegnere il proprio io cialtrone, chiacchierone”, per fare spazio a Dio. E col fare vuoto dentro di sé, si finisce, non solo, per gareggiare perché gli altri vincano, ma anche e soprattutto per amare. Amare sul serio.
Patrizia Carollo