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Marchi, distretti, certificazioni: è in Trentino la Family valley

Marchi, distretti, certificazioni: è in Trentino la Family valley

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Dagli interventi degli esponenti di governo all’ultima Conferenza sulla Famiglia è emerso che lo scoglio fondamentale per incentrare il rilancio del Paese sulle politiche famigliari, non è un problema di soldi. Ma di volontà. Soprattutto, a rendere pesante il fardello del tema “famiglia” per tutti i governi è il considerare gli interventi a favore della famiglia secondo una logica assistenziale. Una logica figlia di una concezione della famiglia come “peso” da sostenere e non come risorsa da promuovere per il bene comune. Il problema famiglia visto politicamente è tutto qui.

Ma che cosa succede se un amministratore esce dalla logica assistenzialistica per mettere la famiglia al centro di tutta lo sviluppo politico di un mandato di governo? Succede che, di sicuro, si ritroverà sulle rive dell’Adige. Precisamente a Trento, la cui Provincia autonoma ha completamente rivoluzionato le politiche di assistenza alla famiglia diventando un caso unico in Italia con risultati straordinari in termini di crescita demografica e soprattutto di benessere economico-familiare: una rete di imprese con marchi famiglia, la possibilità delle famiglie di sentirsi al centro di una politica di sviluppo e non un peso assistenziale. Persino la certificazione, riconosciuta ad aziende, imprese ed enti che partecipano a bandi pubblici, di vedersi assegnato un punteggio superiore nelle gare se ottengono particolari requisiti “pro family”. Sembra un libro dei sogni. Invece è la realtà che dal 2004 si è andata delineando nella provincia di Trento grazie ad amministrazioni lungimiranti che non hanno blindato le politiche famigliari all’appartenenza politica, ma hanno messo a sistema un modello virtuoso che oggi può iniziare a tracciare un primo bilancio.

Luciano Malfer è il direttore dell’Agenzia per la Famiglia di Trento e illustra alla Nuova BQ, al termine della Conferenza di Roma, la specificità dell’esperienza trentina. Con un occhio alla buona politica: se tutto questo ha prodotto benefici su scala provinciale e utilizzando le poche prerogative concesse dallo Stato a quelli che sono pur sempre enti di secondo livello, quanto più uno Stato, che può utilizzare molte più leve, a cominciare da quelle fiscali, potrebbe fare se avesse questo tipo di logica e abbandonasse quella dell’assistenzialismo?

Malfer, sembra di capire che il vostro impegno parta da lontano e non sia dettato da contingenza politica.
Esatto, parte nel 2004 con l’approvazione del primo piano di interventi. Ad oggi non si è arrestato ma si è implementato coinvolgendo in un circolo virtuoso comuni e imprese. Ecco il primo fattore indispensabile per poter fare politiche familiari: la continuità politica, che non è legata ai mandati politici o agli assetti partitici, ma è una mission condivisa da tutta la classe politica.

Perché le famiglie sono al centro?
Perché si lavora sul benessere, che è cosa ben più ampia delle politiche sociali che attingono la loro fonte quasi prevalentemente da sistemi assistenziali.

Che pure dovrebbe servire…
Certo, ma vede: le politiche socio assistenziali intervengono quando c’è un problema, come le politiche di prevenzione del disagio. Inoltre riguardano una precisa dotazione economica e afferiscono ad un unico assessorato, come se si trattasse di una delle tante voci di spesa. Questo è senza dubbio indispensabile, ma ciò che serve per un cambio strutturale è il mantenimento dell’agio e del benessere per evitare che, a fronte delle criticità, ci sia scivolamento nel disagio.

Sta parlando di uno spostamento di asse? Dall’assessore alle politiche sociali a tutta la giunta?
Sì, infatti la competenza è affidata al presidente della Provincia che ha il mandato di lavorare su tutte le azioni della giunta e non soltanto di una.

Sì.
E le politiche museali?

Pure…
E i rifiuti? Sì. E così via…

Vi avvantaggia l’essere una provincia a statuto speciale?
Non è questo il punto. Questo è un paradigma che si chiama Family mainstreamingche rilegge in chiave famiglia tutte le politiche della Provincia, ma a cascata anche di un Comune o di una Regione.

E dello Stato?
Sì. L’approdo non diventa soltanto sociale, ma è quello di uno sviluppo di tutte le politiche. Questo lavoro ha coinvolto ad esempio i settori del turismo e dell’economia i quali possono e devono fare politiche famigliari non solo per i residenti, ma anche per gli ospiti. Soltanto in questo modo la qualificazione di un territorio family friendlypuò dirsi al centro di sviluppo.

Ci sarà sicuramente una contropartita nelle ingenti risorse che utilizzate…
No. La gran parte dei nostri interventi sono a costo zero perché l’obiettivo è il benessere della famiglia e il sostenere lo sviluppo economico. Non sempre si deve ricorrere ai finanziamenti e ai soldi a pioggia. Spesso si può fare benissimo con un cambio di cultura. Se oggi in tutto il Trentino ci sono l’80% dei comuni Amici della famiglia è perché c’è una cultura, la quale fa approvare i singoli bilanci con questo scopo. Tutto ciò ha il vantaggio di poter svolgere azioni sul territorio a ricaduta immediata e benefica.

Facciamo alcuni esempi?
Abbiamo portato a sviluppo una metodologia che è quella dei Marchi famiglia e della Certificazione territoriale familiare. Il nostro grande risultato si struttura nelle attività amiche della famiglia: un’azienda, un ristorante, un albergo, un negozio e così via. Abbiamo definito le regole e gli standard per poter rilasciare questi marchi.

Ad esempio, un ristorante?
Il ristorante deve avere un menu a misura di bambino, prezzi a portata di famiglia, bagni accessibili, passeggini per entrambi i genitori, agevolazioni di servizio per le famiglie con figli. Sarà una sciocchezza ma i ristoranti a marchio famiglia ti danno la brocca d’acqua gratis appena entri. Lo dico per far capire la capacità di penetrare dentro i bisogni di una famiglia.

Funziona?
Gli ambiti economici Amici della famiglia sono più di 300: il marchio senza standard non vale niente. Al momento stiamo studiando il mondo delle Farmacie per includere anche questo importante presidio.

Ma le imprese o i negozi che cosa ci guadagnano?
La certificazione famigliare.

Che sarebbe?
Ha presente il sistema di Certificazione Iso 9001?

Sì.
Ecco il principio è lo stesso: se abbiamo marchi famiglia possiamo introdurre dei sistemi premianti a favore di chi ha raggiunto certi standard in chiave pro family. Ad esempio i punteggi aggiuntivi nelle gare di appalto. Nella legge sugli appalti abbiamo introdotto questi standard come uno dei criteri di valutazione delle offerte. Lo stesso vale per chi fa richiesta di contributi o chi chiede sistemi di accreditamento con il pubblico.

Il messaggio è: se agevoli la famiglia ci guadagni anche tu.
Proprio così.

E per le imprese che cosa prevedete?
Ad esempio per poter avere un marchio famigliare deve introdurre una flessibilità sulla conciliazione vita-lavoro: ci sono aziende che hanno introdotto la banca delle ore per la regolamentazione degli straordinari o la modularità della pausa pranzo. Può capitare che uno lavori meno per ragioni famigliari e compensi questo con una maggiorazione il giorno seguente. Abbiamo già 200 aziende che sono certificate.

Come lavorate con i comuni?
Ogni anno fanno un piano di politiche comunali a misura di famiglia coinvolgendo direttamente le famiglie: possono agire ad esempio sul sistema tariffario di competenza comunale. Molto importante è poi l’attivazione di speciali Distretti.

Che sarebbero?
Sono l’equivalente del distretto economico, si tratta di quell’ambito territoriale dove si fanno delle cose a misura di famiglia: parchi giochi a misura di famiglia ad esempio, iniziative, opportunità, offerte, promozioni, sconti etc… In tutto abbiamo attivato 19 distretti per la famiglia a cui hanno aderito 750 organizzazioni. Il 70% di queste sono private, non si tratta di dati di poco conto perché sono il segno di una cultura che avanza.

Il tutto senza mettere grossi esborsi di soldi pubblici?
L’ente pubblico è un regolatore.

Come fate a monitorare quello che chiamate benessere?
Non c’è uno studio causa-effetto, ma tanto per darle un dato il Trentino ha il tasso più alto di natalità d’Italia con 1,54 rispetto all’1,33% che è la media italiana. Abbiamo impotanti dati sulle famiglie che tengono come tenuta interna. E’ un sistema che puntella la famiglia.

Se una provincia fa così tanto, chissà che cosa farebbe uno Stato che potrebbe avere a disposizione una gamma praticamente sterminata di interventi…
Capisce perché serve soprattutto un cambio di mentalità culturale: la famiglia non è un peso, ma un motore di sviluppo.

Quali sono le vostre sfide future?
Stiamo ragionando sull’attuazione di politiche di transizione all’età adulta: dobbiamo supportare i grandi-giovani a costruire un loro programma di vita. Ma continuiamo a lavorare sulla nostra forza economica: il turismo aiuta il Paese: piste ciclabili, sentieri di montagna, laghi: tutti questi ambiti possono diventare family friendly con dotazioni o pacchetti turistici.

E il sistema scolastico, in particolare della libertà scolastica?
Su quello abbiamo pochi margini di manovra. Ma ad esempio siamo riusciti a mettere in campo una politica virtuosa sui libri scolastici o sulla conciliazione dei tempi e dei servizi di supporto scolastico. Però ad esempio il progetto Estate giovani-famiglia ha consentito un percorso di offerta su tutto il territorio di una funzione aggregatrice: abbiamo accreditato 250 organizzazioni e 1.200 attività come offerta alle famiglie.

È un modello esportabile?
La settimana scorsa abbiamo siglato un protocollo col comune di Alghero e un altro con l’Associazione Famiglie Numerose.

Che cosa pensa della Conferenza sulla Famiglia che si è appena conclusa?
La conferenza è stata un momento importante.

Però il governo non ha mostrato di avere la vostra stessa vision. E’ ancora fermo alla logica assistenzialistica…
Ma nei tavoli tecnici questo è emerso, abbiamo portato la nostra esperienza. Ed è importante che se ne sia parlato a livello nazionale.