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La fatwa di Repubblica contro il «convegno omofobo». Tutte balle. Siamo in...

La fatwa di Repubblica contro il «convegno omofobo». Tutte balle. Siamo in Italia o in Pakistan?

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Da giorni il quotidiano martella contro l’incontro sulla famiglia, infischiandosene delle precisazioni e delle risposte. Robe da sistema di potere

Il 2015 è iniziato con una fatwa. Quella di Repubblica. Che dal 3 gennaio a seguire, insiste nelle grida secondo cui organizzare convegni per parlare di famiglia è diventato “omofobo”. Oibò. Cosa c’è di “omofobo” in un convegno promosso dalla Regione Lombardia dal titolo “Difendere la famiglia per difendere la comunità”? A quale mente raffinatissima si è rivolta Repubblica per inventarsi il “forum anti gay” e chiedere che il logo di Expo sia ritirato dal “convegno omofobo”? Ma da quando in qua, parlare di “famiglia” e, scusate, perfino di famiglia come la intende la Costituzione italiana, “comunità naturale”, uomo-donna, è una blasfemia “omofoba”? Siamo in Italia o in Pakistan?

Sembra una storia incredibile. Non siamo a Parigi. Ma qui a Milano si sta usando la coranica del gender per scatenare intolleranza. Non siamo in una redazione mitragliata. Ma qui a Milano l’odio caldo è temprato nella glacialità di chi vuole impedire alla gente di chiamare le cose con il loro nome e intimidire la libertà altrui.

Vogliamo parlarne? Giovedì 8 gennaio, per esempio, c’è stata una conferenza stampa in Regione Lombardia organizzata dai promotori del convegno. Bene, c’era anche Repubblica. Credete che abbia scritto un solo rigo rispettoso della sostanza di quanto l’assessore Cristina Cappellini, il consigliere della Lega Massimiliano Romeo e gli altri hanno inteso comunicare in un’ora di spiegazioni e secche smentite della bufala del “convegno omofobo” e che “vuole curare i gay”? Niente. Il giorno dopo sono andati avanti a testa bassa. La loro campagna è iniziata il 3 gennaio. E prosegue martellante alla media di un mazzetto di titoli al giorno (sul nazionale e sul dorso milanese). Hanno tirato in ballo perfino il segretario internazionale dell’Expo. Che sta a Parigi e che non dubitiamo sia stato correttamente informato da Carlo De Benedetti in persona su che razza di convegni criminali organizza la Regione Lombardia.

Lo spunto della faziosità è questo: siccome tra le sigle aderenti al convegno ce n’è una di volontariato cattolico che fa “accompagnamento pastorale” alla persone omosessuali e ha proprie idee sulla omosessualità – per altro, niente che abbia a che vedere con l’omofobia e men che meno con il convegno in questione – hanno pensato bene di linciare questa associazione (Obiettivo-Chaire) per linciare tutto il resto. È come se io andassi a un convegno della “Repubblica delle idee”, ci trovassi Carlo Casini e scrivessi che «Repubblica organizza convegni pro life».

In compenso, si capisce, la campagna repubblicona fa da battistrada al ddl Scalfarotto sull’omofobia. Vale a dire: se passa la logica secondo la quale chi non la pensa come la pensa l’Arcigay deve finire in galera, basterà, per finirci, che Repubblica (o chi per essa) gridi all’omofobo e al “convegno omofobo”.

E così, cammina e cammina, la fatwa arriva al Pd anti renziano, al sindaco Giuliano Pisapia e viene buona per inventarsi una bella guerricciola mediatica alla Regione amministrata dal centrodestra. Ma il Commissario Unico Expo, il coraggioso Giuseppe Sala, cosa ci guadagna ad accodarsi a questa operazione di bassa cucina ideologica? E il segretario generale dell’Expo, il portoghese Vincente Gonzalez Loscertales, cosa ne sa del convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità” per dichiarare anche lui a Repubblica, al telefono, da un hotel di Parigi, sul «convegno omofobo»? Ma chi glielo fa fare a questo segretario portoghese di denunciare l’Italia (addirittura l’Italia!), testuale secondo Repubblica, perché «l’Italia sta abusando del logo dell’Expo»?

Robe da pazzi, penserete. No. Robe da sistema di potere. Più che una nota lobby, sembra una nota compagnia di giro. Di fatto, il sindaco di Milano può tranquillamente iscrivere all’anagrafe i matrimoni gay contratti all’estero. E tranquillamente può ignorare le ingiunzioni del ministro dell’Interno e del Prefetto che gli impongono di cancellare il suo provvedimento illegale. L’assessore del sindaco (il Pd Pierfrancesco Majorino) ha ospitato in una sala comunale non un convegno, ma una “performance” sadomaso. Però il logo Expo a un convegno sulla famiglia così come la prevede la Costituzione, questo no. Questo, secondo il sistema Repubblica-sindaco-assessore-commissario di Milano e commissario portoghese, è “omofobo”.

E poi dicono “sottomissione”. Nel caso, quelli da “sottomettere” sarebbero quanti pensano che la famiglia sia composta da un uomo e da una donna. Quelli che, come ammettono anche i repubbliconi, spesso non arrivano alla fine del mese. Ma che con tutte le crisi e le difficoltà che attraversano (grazie anche al sistema repubblicone di potere fiscale, intellettuale, culturale, che combatte la famiglia), tiene ancora in piedi l’Italia. Peccato che questa nostra Italia loro, in un certo senso, la disprezzano. Loro che non si battono per i diritti economici, fiscali, sociali delle famiglie per le quali ogni tanto piangono qualche lacrima di coccodrillo. Loro che sensibilità e attenzioni le concentrano tutte sull’agenda gay-lesbo-transgender. E all’applauso di sentenze per cui un bambino è dichiarato figlio di “madre A e madre B”. Loro che, da buoni sottomessi al provinciale dogma della correttezza politica, impugnano i “diritti” come totem ideologico da picchiare in testa ai loro rari oppositori.

Ebbene, convegni come quello indetto il 17 gennaio dalla Regione Lombardia contestano questo paradigma e questa egemonia. E, in un certo senso, rivelano la miseria culturale e politica che c’è sullo sfondo della crisi italiana, che viene da lontano e sta riducendo l’Europa a un continente di decadenza (dopo di che vi beccherete sul serio omofobia e poligamia compagni repubbliconi e arancioni).

Abbiamo ancora negli occhi la gioiosa bellezza del raduno natalizio di quelle migliaia di famiglie numerose raccolte in aula Nervi nell’abbraccio a papa Francesco. Il papa che ha detto a queste famiglie: «Foresta, dove gli alberi buoni portano solidarietà, comunione, fiducia, sostegno, sicurezza, sobrietà felice, amicizia». E che «la presenza delle famiglie numerose è una speranza per la società». Ma aveva proprio ragione Mario Sberna, il rappresentante parlamentare dell’associazione “famiglie numerose”, quando tempo fa ha ricordato che «le famiglie sono discriminate non i gay». Perché non dice queste cose anche Repubblica, giornale che si picca di seguire con tanto spirito di devozione “il grande Papa riformatore”?

Peccato. Si inginocchiano davanti al logo ma non vogliono sapere nulla del messaggio di Francesco. Certo che il Papa sta con i poveri e i deboli. Infatti, dice il Papa alle famiglie riunite a Roma: «Giustamente voi ricordate che la Costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole». «Da tempo l’Italia ha un grave problema di “bassa natalità”». «Affrontarlo seriamente richiederebbe una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!».

Bene, con il convegno “Difendere la famiglia per difendere la comunità” Regione Lombardia ha – né più, né meno – raccolto l’invito del Papa a sostenere “la cellula della società”. E allora, perché questi sentono l’urgenza di aggredire gente civile e di continuare a martellare balle incendiarie su un convegno perbene? Perché devono mettere in giro l’idea che Costanza Miriano e Mario Adinolfi sostengono l’omofobia e che il presidente Roberto Maroni e l’assessore alla cultura Cristina Cappellini fanno convegni omofobi? Poveretti loro.

Pare che quel che sta succedendo in giro per il mondo, da Parigi in giù, non stia insegnando nulla a chi seguita a baloccarsi, perché si crede grande e grosso, nell’arroganza laicista e nell’evasione suicida dalla realtà.

Fonte: www.tempi.it di Luigi Amicone